martedì 15 novembre 2011

"Bebè in provetta, è colpo di mano" nuovo stop alla diagnosi preimpianto

La Repubblica 13.11.11
"Bebè in provetta, è colpo di mano" nuovo stop alla diagnosi preimpianto
Roccella: era già vietata. I ginecologi: falso, la fanno in tutta Italia
Le nuove linee guida firmate dal sottosegretario in extremis. I radicali: norme illegittime
di Caterina Pasolini

ROMA - «Prima di crollare questo governo cerca con un colpo di mano di vietare la diagnosi preimpianto sugli embrioni. In barba alla legge, alle sentenze del Tar e della Consulta». È Filomena Gallo, avvocato, presidente dell´associazione Luca Coscioni, da anni in prima linea in difesa di coppie con malattie genetiche, a far divampare la polemica in un pomeriggio in cui l´attenzione è tutta rivolta alle ultime ore di Berlusconi premier.
Secondo l´esponente radicale le nuove linee guida sulla fecondazione assistita, inviate ieri al Consiglio superiore di sanità, prevedono il divieto alla diagnosi preimpianto. Non tarda la risposta del sottosegretario alla Salute Roccella: «La diagnosi preimpianto è vietata dalla legge 40 sulla fecondazione assistita, non c´è niente di nuovo».
Una frase che tra stupore e sdegno provoca reazioni a catena. Tra medici del calibro di Carlo Flamigni e avvocati che citano sentenze contrarie alle parole del sottosegretario, raccontano dei centri dove questi esami si fanno abitualmente, circa cento l´anno, mentre in Toscana si studia una convenzione. Perché chi ha problemi di salute non debba pagare 3mila euro a diagnosi oltre alla fecondazione assistita.
«Abbiamo appreso che le nuove linee guida della legge consegnate al Consiglio superiore di sanità sono illegittime sul piano scientifico e giuridico. Vieterebbero infatti le indagini cliniche sull´embrione restringendo l´applicazione di tecniche consolidate». Non ha dubbi l´avvocato Gallo, secondo lei la diagnosi è consentita proprio dagli articoli 13 comma 2 e 14 comma 5 della legge 40. «Prevedono che la coppia possa chiedere di conoscere lo stato di salute dell´embrione e poi ci sono 10 sentenze che confermano questa interpretazione».
Sulla stessa linea l´avvocato Costantini, che con le associazioni Hera e Cittadinanza attiva ha curato e vinto i ricorsi contro il divieto alla diagnosi. «Con la sentenza del Tar del Lazio del 2008 e con quella della Consulta del 2009 è stato possibile aumentare il numero degli embrioni prodotti aprendo la strada alla diagnosi pre impianto che altrimenti non avrebbe avuto alcun valore medico».
Il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella non ci sta. «Nelle nuove linee guida io ho solo accolto le direttive europee sulla tracciabilità delle cellule e dei tessuti, sul funzionamento dei centri per la fecondazione assistita. Di diagnosi non mi sono occupata. È già vietata dalla legge 40 che impedisce qualunque intervento che non sia indirizzato al bene dell´embrione. E le sentenze del Tar o della Consulta non cambiano la legge».
Contestano le certezze del sottosegretario medici come Carlo Flamigni, pioniere della fecondazione assistita, ed Ettore Cittadini, membro della Consiglio superiore di sanità che dovrà valutare le nuove linee guida: «Nella legge 40 non c´è un impedimento preciso alla diagnosi. Tanto che nel mio centro a Palermo lo facciamo alle coppie con talassemia». Lo stesso succede a Bologna, nella clinica diretta da Andrea Borini. «Mai avuto problemi, Nessuna denuncia. Quello che mi stupisce casomai è che nessuno protesti contro uno Stato che non passa questi esami. Anche perché chi vi si sottopone non lo fa per avere un figlio biondo o con gli occhi blu, ma per non trasmettere gravi malattie».

martedì 27 settembre 2011

"Ogm, embrioni e staminali sono temi chiave. Ma Chiesa e politici li stravolgono"

La Repubblica 22.9.11
Le critiche di Redi, accademico dei Lincei, nel suo libro
"La biologia è democrazia ma in Italia la ignorano tutti"
"Ogm, embrioni e staminali sono temi chiave. Ma Chiesa e politici li stravolgono"
di Luca Fraioli

Non risparmia nessuno: politici e filosofi, gerarchie vaticane e giornalisti. «Sono indignato con chi ha le redini del nostro Paese, i politici e i grandi (si fa per dire) pensatori. Non mostrano la benché minima umiltà nel chiedere di sapere, nell´informarsi sulle conoscenze biologiche necessarie per condurre una società laica e giusta». Carlo Alberto Redi, accademico dei Lincei e genetista dell´Università di Pavia si autodefinisce "biologo furioso". Che poi è titolo del saggio appena mandato in libreria per Sironi Editore (pagg. 224, euro 18). «Ho cercato di fare chiarezza su alcuni dei temi più controversi del momento: dalla tutela degli embrioni alla vita artificiale, dalle cellule staminali agli Ogm. Ma nei capitoli finali mi sono lasciato andare anche a qualche divagazione più "leggera"». Imperdibili i capitoli sull´origine delle mestruazioni e sul perché è bene convincere la propria ragazza a lasciarsi baciare almeno per sei mesi prima di troncare la relazione.
Ma torniamo all´indignazione. Perché è furioso, professor Redi?
«La nostra è una società del sapere e della conoscenza: nell´Ottocento era la chimica, nel Novecento la fisica, ora sono le scienze della vita. Eppure l´attenzione per questi temi è pari a zero. I politici si guardano bene dal chiedere un parere alle istituzioni scientifiche quando c´è da affrontare il fine vita, l´uso delle staminali o gli Ogm. Straparlano di argomenti che non conoscono, per cui non fanno nulla. Con un paradosso: si formano giovani scienziati e poi li si regala agli altri paesi che grazie a loro si arricchiscono di conoscenze».
Tuttavia negli anni ´70 e ´80 l´Italia ha partecipato a grandi progetti: dal Cern di Ginevra ai Laboratori del Gran Sasso. I fisici erano più bravi di voi biologi a convincere i politici, o i democristiani erano più attenti alla scienza di quanto lo siano destra e sinistra oggi?
«Propendo per la seconda spiegazione: in quegli anni democristiani sono state fatte cose importantissime, oggi si investe in ricerca meno della Tunisia. E così si mette a rischio la democrazia».
La democrazia?
«Certo. Negli anni Ottanta i cittadini potevano anche ignorare la fisica delle particelle, potevano non sapere cosa fosse il bosone di Higgs. Ora invece si devono conoscere i risultati ottenuti dai biologi, perché riguardano tutti. Riguardano il modo in cui verranno alla luce i nostri figli, ciò che mangeremo, come moriremo. Ed ecco il rischio: creare un mondo dove solo una piccola parte dei cittadini, informata e dotata di carta di credito, potrà accedere ai servizi biologici. E questa non è democrazia».
Il biologo furioso se la prende anche con la Chiesa.
«Le posizioni delle gerarchie ecclesiastiche su temi come le staminali e l´uso dell´embrione sono contro ogni evidenza scientifica. E pensare che fino a 50 anni fa dell´embrione non importava a nessuno. Ora lo considerano una persona. E chiedono di non toccare i 50mila embrioni conservati nei freezer, "condannandoli" così a morte certa. Mentre invece potrebbero essere impiegati per aiutare la vita».
Passiamo ai filosofi...
«Abbiamo un grande bisogno di filosofi...».
Però?
«Però sono ancora fermi alla fisica, alla mela di Newton che cade dall´albero. Pochi studiano la biologia. Habermas parla dei pericoli della "genetica liberale" e chiede di chiudere i laboratori. Lo vada a dire a chi soffre di patologie gravi che possono essere curate solo grazie alle biotecnologie. E poi in biologia esistono genetiche mendeliane, molecolari, quantitative... ma liberali no».
Possibile sia solo colpa degli altri? Che in tutto questo i biologi italiani non abbiano alcuna responsabilità?
«Sono pronto a riconoscere che è anche colpa nostra. Non possiamo più chiuderci nei laboratori, dobbiamo andare in strada e spiegare alla gente perché negli esperimenti abbiamo bisogno dei topolini. E non dobbiamo "pompare" ogni risultato delle ricerche pur di avere fondi. L´effetto collaterale è che si finisce per spaventare i cittadini sulle possibili applicazioni».
Ma perché il nostro Paese ha così paura della scienza?
«La risposta è scritta sul palazzo della Civiltà e del Lavoro all´Eur: siamo un popolo di santi, poeti, artisti, navigatori... solo in ultimo di scienziati. È il retaggio neoidealista che privilegiava la cultura umanista. Ma oggi bisogna sapere di scienza per poter decidere su argomenti come il nucleare, gli Ogm, la fecondazione in vitro. È giusto combattere le grandi aziende che vogliono il monopolio, ma non le conquiste scientifiche come gli Ogm che potrebbero servire per combattere la fame».
Nell´introduzione invita i lettori a stracciare i giornali... Che ne facciamo di questa intervista?
«Naturalmente è una provocazione contro quei media che con i loro titoli a effetto distorcono il senso della ricerca scientifica. Ho visto con i miei occhi ministri italiani prendere decisioni anche molto delicate in base alla rassegna stampa. In Inghilterra Cameron decide dopo aver sentito il parere della Royal Society».

domenica 4 settembre 2011

Bellocchio: presto il film ispirato da Eluana

Corriere della Sera 3.9.11
Bellocchio: presto il film ispirato da Eluana
di Chiara Maffioletti

MILANO — «Stavo lavorando da mesi all'idea, avevo scritto il soggetto, poi la sceneggiatura...». Ora, finalmente, c'è anche il produttore. Marco Bellocchio realizzerà Bella addormentata, il suo prossimo film che si sviluppa dal dramma di Eluana Englaro. Ospite della serata «La vita: istruzioni per l'uso», alla Festa Democratica Nazionale di Pesaro, il regista ha confermato: «Fortunatamente ho trovato un produttore che, in un tempo in cui trionfano commedie, e questo è chiaramente un dramma, mi ha incoraggiato ad andare avanti. Speriamo di poterlo realizzare».
«C'è un buon accordo con Cattleya, le riprese dovrebbero iniziare a inizio anno», ribadisce Bellocchio, che mesi fa aveva confessato di aver pensato di rinunciare al progetto perché troppo difficile. La vicenda non è la storia di Eluana — la ragazza che tutti abbiamo imparato a conoscere per lo strazio di quei suoi 17 anni in stato vegetativo e per la determinazione con cui il padre, Beppino, voleva rispettata la volontà della figlia di porre fine alla sua vita — ma parte da lì: «Tutto si svolge nei sei giorni che sono stati l'ultimo atto della vita di Eluana: dal suo arrivo nella clinica di Udine, il 3 febbraio 2009, alla sua morte, il 9. La fine di quel dramma mi colpì molto e divise l'Italia. Essendo la vicenda così complessa, alla fine questo tempo di elaborazione è servito».
Non è un film di denuncia, precisa il regista (che il 9 riceverà il Leone d'oro alla carriera), «perché il cinema di denuncia è stato bruciato dalla tv, da Internet. Per temi di questa grandezza c'è bisogno di riflessione. Nel film ci sono personaggi di fantasia. In quei sei giorni avvengono storie, in varie regioni d'Italia, collegate emozionalmente al caso Englaro che era per tutti una presenza costante in quel periodo, attraverso i media. Ci sarà un'elaborazione di quel materiale».
Pur partendo solo dalla storia di Eluana, il regista ha sentito il bisogno, mesi fa, di contattare il padre della ragazza: «Abbiamo parlato più volte. È un uomo per cui provo un'enorme stima, che ha portato avanti una battaglia di legalità ed è riuscito nella sua impresa. Nessuno lo dimenticherà. Non è un personaggio del film, nessun attore interpreta il suo ruolo, e ho voluto esporgli questa differenza. C'è una realtà, una cronaca: io prendo quello che si è visto e lo mescolo con immagini inventate». Si parlerà della valenza politica del film... «Politicizzare è sbagliato. Ci saranno i soliti intolleranti ottusi che utilizzeranno il film per portare avanti le loro tesi, lo fecero già con Buongiorno, notte. Ma il film non è questo». Ma lei ha un punto di vista netto sul tema... «Parto da un punto di vista laico, ma ci sono personaggi di diversi schieramenti, posizioni contrapposte, c'è una dialettica. Il film non è una volata verso una tesi».

lunedì 22 agosto 2011

Riparliamo di legge 40. Fecondazione assistita, rompiamo il silenzio

l’Unità 2.7.11
Riparliamo di legge 40. Fecondazione assistita, rompiamo il silenzio
di Maurizio Mori

La legge 40/2004 e il fallimento del successivo referendum hanno cancellato dalla rubrica culturale italiana il tema della fecondazione assistita. Prima al riguardo c’era curiosità e interesse per le novità in questo ambito e le nuove opportunità venivano considerate e discusse. Da dopo il referendum non se ne parla più. Si è come dimenticato che la fecondazione assistita allarga i confini della riproduzione e rende possibile nuove pratiche e opportunità, come quella di rendere evitabili molte malattie o di avere gravidanze post-menopausa o anche di dare figli agli omosessuali.
A tale proposito, è facile prevedere che la recente legalizzazione dei matrimoni omosessuali nello Stato di New York avrà effetti sulla vita sociale di tutto il mondo occidentale compreso quello dell’ammissione di nuove forme di riproduzione assistita. È chiaro infatti che gli omosessuali vogliono avere figli grazie alle nuove tecniche riproduttive.
In un mondo che cambia, discute, evolve, anche l’Italia dovrà prima o poi rivedere radicalmente la legge 40/2004 che ha regolato in modo restrittivo la fecondazione assistita, provocando disastri gravissimi. Molte coppie hanno rinunciato ad avere figli, mentre altre per averli sono dovute andare all’estero con disagi notevoli e talvolta anche con guai seri. Ma gli effetti deleteri della legge 40 non riguardano solo il piano pratico, quello che tocca la vita della gente direttamente, ma si estendono anche e forse soprattutto sul piano teorico e filosofico, che determina il quadro delle nostre scelte di fondo.
È urgente riprendere il discorso culturale sulla fecondazione assistita per cercare di sanare i disastri inflitti dalla legge 40 e dalle altre vicende. Oramai sul piano pratico
la legge è già stata in gran parte smantellata dalla corte Costituzionale e bisogna riconoscere alla Magistratura di fare molto per l’ammodernamento del Paese. Qualcos’altro può venire dall’Europa, ma altrettanto importante è il lavoro culturale per rilanciare l’idea che la libertà riproduttiva è un diritto fondamentale della persona e che avere figli è qualcosa che dipende da tale diritto. Questo può poi essere integrato e sostenuto dal diritto alla salute in alcuni casi specifici ma la scelta di ricorrere alla fecondazione assistita non può diventare un mero capitolo dell’assistenza sanitaria. Oggi in Italia per avere un figlio grazie all’assistenza medica un cittadino deve andare prima dal giudice e poi, se mai, dall’operatore sanitario. Bisogna che l’opzione di fecondazione assistita sia riconosciuta come libertà di scelta garantita da un diritto fondamentale del cittadino a prescindere dall’orientamento sessuale.

giovedì 11 agosto 2011

«Voglio morire» Giudice autorizza il rifiuto delle cure

«Voglio morire» Giudice autorizza il rifiuto delle cure

Roberto Ortolan, Il Gazzettino, il 03/08/11

Mentre la legge sul "finevita" e sul biotestamento si avvicina tra le polemiche all'atto finale, nella Marca scoppia un caso clamoroso che va nella direzione opposta a quella indicata dal Parlamento e che rischia di aprire un nuovo fronte dopo i casi Welby ed Englaro.

Il giudice trevigiano Clarice Di Tullio ha firmato un decreto che concede a una donna di 48 anni, colpita da una gravissima malattia degenerativa, la possibilità di rifiutare le cure.

Lo aveva chiesto qualche mese fa quando la sue condizioni erano peggiorate. La paziente aveva affidato le sue ultime volontà al marito che, sulla base del provvedimento, è stato nominato amministratore di sostegno con la facoltà di far rispettare la scelta della moglie, ovvero il rifiuto di trattamenti medici cruciali.

La decisione del giudice è arrivata nel gennaio scorso, quando la paziente era stata ricoverata in gravi condizioni all'ospedale di Treviso. Nonostante il quadro clinico stesse precipitando, la donna aveva rifiutato sia la trasfusione - è testimone di Geova - sia la tracheostomia (cioè la tracheotomia permanente), che le avrebbe permesso di limitare il deficit respiratorio.

La malattia ha poi avuto un'evoluzione positiva tanto da consentirle di tornare a casa. Ma la donna aveva deciso comunque di affidare le sue volontà al consorte: «Non voglio che la mia vita venga prolungata se i medici sono ragionevolmente certi che le mie condizioni sono senza speranza».

E l'appello non è caduto nel vuoto. Il giudice tutelare Di Tullio le ha dato ragione. Pertanto ha disposto che la paziente, attraverso il marito nominato amministratore di sostegno, possa rifiutare le cure salva-vita.

Il decreto è arrivato dopo un'istruttoria complessa. Sarà la 48enne -è la sostanza del provvedimento- a decidere sul "proprio fine vita", oppure il marito se lei non fosse nelle condizioni di farlo. Il giudice ha argomentato la propria decisione basandosi sul codice deontologico dei medici e su norme sovranazionali come quelle del Consiglio d'Europa relative ai diritti dell'uomo e alla biomedicina, laddove stabiliscono che nessun intervento nel campo della salute può essere effettuato qualora il paziente non abbia espresso il proprio consenso libero e informato.

Applicando tali principi, anche la Cassazione ha più volte ribadito che il consenso del paziente costituisce presupposto fondamentale della liceità dell'intervento medico il quale, non rispettandolo, commette dunque un'indebita intromissione nella sfera personale. L'orientamento europeo e le conclusioni della Cassazione, su simili basi, sono andate in una sola direzione: al paziente va riconosciuto anche il diritto di non curarsi, pur se a rischio della sua stessa vita. Il giudice Di Tullio le ha recepite, stabilendo così che la nomina di un amministratore di sostegno sia lo strumento processuale adatto ad assicurare il rispetto delle scelte individuali.

«Questa sentenza - spiegano dal Comitato di assistenza sanitaria per i testimoni di Geova - ha restituito dignità alla volontà e alle libertà delle persone. La decisione del giudice è vicina alla nostra sensibilità perché rimette al centro l'autodeterminazione del singolo».

Il decreto choc arriva proprio nel momento in cui la legge sul biotestamento è in dirittura d'arrivo. Se l'attuale testo dovesse essere approvato anche dal Senato e diventare legge, la decisione del giudice trevigiano verrebbe svuotata di ogni significato perché la volontà della paziente verrebbe sempre subordinata a quella del medico curante.

martedì 9 agosto 2011

«Deciso assieme lo stop alle cure»

«Deciso assieme lo stop alle cure»

Mauro Favaro, Il Gazzettino, il 04/08/11

«La nostra è stata una scelta difficile e condivisa, ma queste cose sono talmente complesse che è naturale cercare di tenerle riservate all'interno della famiglia».

A parlare è il marito della 48enne trevigiana, colpita da sclerosi multipla, che a gennaio è stato nominato dal tribunale di Treviso suo «amministratore di sostegno». Toccherà a lui, quindi, se la donna con il progredire della malattia dovesse perdere conoscenza, portare avanti le decisioni che lei ha già messo nero su bianco nell'aprile del 2007. «Non voglio che la mia vita venga prolungata - aveva scritto - se i medici sono ragionevolmente certi che le mie condizioni di vita siano senza speranza».

Uno stop a emotrasfusioni, dato che la donna è una testimone di Geova, ma anche alla tracheotomia permanente, al supporto ventilatorio e al sondino per l'alimentazione (Peg). Il marito, insomma, potrà legalmente fungere da «portavoce» e far rispettare la volontà della moglie di rifiutare le cure salva-vita. Una decisione del tribunale, ancora rara, ma un tempo impensabile nonostante le battaglie di chi si batte per la libertà di scelta dei malati.

E tra questi c'è sicuramente un altro trevigiano Paolo Ravasin, inchiodato nel suo letto di ospedale a Monastier dalla Sla, adesso pronto a chiedere al giudice che anche per lui venga nominato un «amministratore di sostegno», già individuato nel fratello Roberto. «La sentenza del tribunale è giusta perché ci consente di scegliere come ogni libero cittadino - spiega - solo i giudici, per il momento, difendono la volontà del malato».

E i giudici, al netto delle polemiche legate alla discussione della legge sul testamento biologico approvata dalla Camera e in attesa di passare all'esame del Senato, per il momento non fanno altro che applicare la Costituzione. «Il decreto della collega Di Tullio è ineccepibile dal punto di vista giuridico, è motivato ed è condivisibile: la paziente ha chiesto, insieme al marito, di ottenere un amministratore di sostegno, una persona che potesse impedire ai medici di sottoporla a cure invasive se lei non fosse stata più in grado di opporsi - mette in chiaro il giudice Valeria Castagna a nome del presidente del tribunale, Giovanni Schiavon a gennaio la 48enne, nonostante avesse tentato di opporsi, fu sottoposta a una tracheotomia. E a quel punto la donna e il marito si sono rivolti al giudice. Il risultato?

Un decreto ineccepibile».

Almeno sino a quando non verrà varata la nuova legge sul testamento biologico. Con il rischio, se il testo non dovesse variare rispetto a quello che ha ricevuto il via libera di Montecitorio, di assistere a una stagione di battaglie processuali incentrate sul delicato tema della fine della vita. «Qualora il disegno di legge fosse approvato, il giudice dovrebbe provvedere alla revoca dei poteri nei confronti degli amministratori di sostegno - prevede Raffaele Ferraro, avvocato di Ravasin - così, però, sarebbe possibile impugnare il provvedimento di fronte alla Corte costituzionale anche alla luce di discordanze rispetto a normative europee in materia».

lunedì 8 agosto 2011

Basta cure salvavita", il giudice dice sì

Basta cure salvavita", il giudice dice sì

Caterina Pasolini, La Repubblica, il 04/08/11

Anna vuole essere sicura che non le faranno trasfusioni, che non le bucheranno la gola per farla respirare se non avrà le parole per rifiutare. Non vuole terapie salvavita che prolunghino l'agonia se per lei non ci sarà più speranza. E il giudice tutelare di Treviso le ha dato ragione. Con una sentenza che rilancia la polemica sul testamento biologico, sulla libertà di scelta per cure e nel fine vita.

Trevigiana, 48 anni, testimone di Geova, affetta da una malattia degenerativa, Anna ha lucidamente detto no, una volta ricoverata in fin di vita in ospedale, a sacche di sangue e tracheotomia. Ma per essere sicura che il suo volere sia rispettato in futuro, se sarà priva di coscienza o forse temendo passi la legge sul testamento biologico che considera non vincolanti la volontà del paziente, si è rivolta ad un giudice.

E il giudice di Treviso le ha dato ragione, le ha riconosciuto il diritto di dire in futuro stop ai farmaci salvavita, basandosi sul codice deontologico dei medici e sui principi, accolti anche dalla Cassazione, secondo cui il consenso del paziente rappresenta un presupposto indispensabile per qualsiasi intervento medico. Non solo: ha affidato al marito il ruolo di amministratore di sostegno consentendo di poter sospendere, in caso di un nuovo crollo della donna e di una sua impossibilità a comunicare, le terapie salvavita.

Ancora una volta un cittadino chiede aiuto ai tribunali per garantirsi libertà di scelta. Come Welby, che imprigionato dalla Sla per anni lottò prima di vedersi riconosciuto nelle aule di giustizia il diritto a smettere le cure, ad interrompere la ventilazione forzata e «andarsene da una vita che non ritengo degna di essere vissuta». Come Englaro: più di seimila giorni prima di vedere definitivamente riconosciuta la volontà della figlia Eluana, in stato vegetativo dopo un incidente stradale, di non restare attaccata alle macchine. Sempre con una sentenza.

E, come allora, la sentenza divide, scatena polemiche incrociate tra governo e opposizione, tra diverse concezioni di vita e diritti individuali in un paese spaccato sul fine vita. Diviso sulla legge Calabrò invia di approvazione che non giudica vincolanti le volontà del paziente, né gli consente di rinunciare idratazione e nutrizione nella dichiarazione anticipata di trattamento.

Immediate le reazioni del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi e del sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella che denunciano: «attraverso il giudice si vuol introdurre il suicidio assistito e programmato. Mentre la Cgil medici e il senatore Pd Ignazio Marino sono pronti a ribattere che invece «qui c'è solo il rispetto delle volontà anticipate del paziente, ignorate da una legge che criminalizza i medici che rischiano di essere accusati di omicidio se seguono il volere del malato».

Secondo il sottosegretario Eugenia Roccella: «non c'era alcun bisogno del giudice: con la legge di oggi come con quella Calabrò sulle dichiarazioni anticipate, una persona lucida, in grado di intendere e di volere, è assolutamente libera di decidere responsabilmente di sé, ha diritto a rinunciare alle cure, come la donna che morì non volendosi far tagliare la gamba in cancrena. Il problema riguarda un futuro nel quale la persona non sia più vigile».

Ecco, il nodo è proprio questo, ribatte Ignazio Marino, senatore Pd: «Al governo giocano con le parole e la vita altrui: dicono che uno è libero di rinunciare alle cure ma non appena perde conoscenza la sua volontà diventa non vincolante. Una legge assurda». Ed è forse proprio per scavalcare, per aprirsi una via alternativa, nel caso della probabile futura legge, che è stata fatta la richiesta al giudice di Treviso.

Se il testo Calabrò sul fine vita fosse approvato anche alla Camera, il giudice tutelare dovrebbe infatti provvedere alla revoca o modifica dei poteri nei confronti del marito amministratore. Ma, dice il radicale Raffaele Ferraro, «sarebbe possibile impugnare il provvedimento di fronte alla Corte Costituzionale» anche alla luce di discordanze rispetto a normative europee.