sabato 17 gennaio 2009

La rottura della legalità sul caso Eluana è netta: c´è una sentenza di cui il governo impedisce l´attuazione

La Repubblica 17.1.09
Il diritto calpestato
La rottura della legalità sul caso Eluana è netta: c´è una sentenza di cui il governo impedisce l´attuazione
di Stefano Rodotà

Questo povero paese è ormai prigioniero di continue rotture della legalità, che decompongono un tessuto civile sempre più debole, e violano gli stessi diritti fondamentali delle persone. Vittima sacrificale, una volta di più, è Eluana Englaro, alla quale la prepotenza governativa nega quel diritto di morire con dignità che le era stato definitivamente riconosciuto da limpidissime e rigorose decisioni della magistratura.
Prepotenza è la parola giusta, e lo conferma il sincero comunicato con il quale la clinica di Udine ha fatto sapere di non poter dare a Eluana Englaro l´assistenza necessaria per l´interruzione dei trattamenti che da diciassette anni la mantengono in uno stato vegetativo persistente. E´ il timore della revoca della convenzione, minacciata dal ministro della Salute, ad aver determinato la decisione della clinica, che dice francamente di non poter correre il rischio della perdita del posto di lavoro per centinaia di suoi dipendenti e di quanti collaborano con essa dall´esterno. Il ricatto dell´occupazione, mai forte come in questi tempi, dà forza ad una brutale imposizione politica.
Eluana Englaro è vittima di un accanimento ideologico che nega la sua umanità, incrina la fiducia con la quale i suoi familiari hanno sempre creduto nello Stato di diritto, non si preoccupa della stessa grammatica giuridica.
All´origine vi è quel nebuloso provvedimento del ministro Sacconi, «un atto di indirizzo» rivolto alle regioni senza sufficiente base giuridica, specchio fedele di una politica che si mette al servizio di insostenibili posizioni ideologiche.
La rottura della legalità è netta. Vi è una sentenza passata in giudicato di cui il governo impedisce l´attuazione. Il fatto già in sé grave, lo diviene ancora di più alla luce di un precedente: il tentativo delle Camere di bloccare l´esecuzione della sentenza, sollevando un conflitto di attribuzione tra il Parlamento e la magistratura respinto duramente dalla Corte costituzionale.
Dove aveva fallito il Parlamento, che pure aveva cercato un simulacro di rispettabilità giuridica, rischia l´aver successo un governo che impugna come una clava un puro potere di intimidazione.
Così è, perché gli argomenti giuridici alla base dell´atto di indirizzo del ministro sono praticamente inesistenti. Si fa riferimento a un parere del Comitato nazionale di bioetica privo di ogni valore giuridico vincolante e per di più approvato a maggioranza. Si invoca la convenzione dell´Onu sui diritti dei disabili che, da una parte, non è ancora pienamente operativa in Italia e, dall´altra, dice cose che non riguardano il caso di Eluana Englaro.
L´articolo 25 di quella convenzione infatti dice che non si possono interrompere i trattamenti di idratazione e alimentazione forzata, ma questo divieto riguarda solo il fatto che non si può imporre l´interruzione. Cosa ovvia, ma assolutamente diversa dal fatto che quei trattamenti possono sempre essere rifiutati, come ha riconosciuto la Cassazione nel caso di Eluana Englaro, dando attuazione ad un principio presente nella nostra Costituzione in vari documenti internazionali, che attribuiscono alla persona il potere di disporre liberamente della propria vita. E non si dica che la vita è un bene indisponibile. Ancora pochi giorni fa una donna ha rifiutato un´amputazione, ed è morta. «Contro la forza, la ragion non vale», dice un rassegnato proverbio.
Oggi dobbiamo concludere che non vale neppure il diritto dichiarato nelle sedi e nelle forme proprie. In Italia, come sta accadendo in Francia, si sta consolidando l´orientamento secondo il quale la sola legittimazione politica può cancellare ogni altro potere o garanzia. I familiari di Eluana dovranno continuare la loro civile lotta, e nei prossimi giorni il Tar dovrà pronunciarsi sulla legittimità della decisione della Regione Lombardia che ha vietato alla clinica di dare esecuzione alla sentenza della Cassazione.
Ma, di fronte ad una prepotenza che è tutta politica, bisogna chiedersi se da chi non condivide l´orientamento del governo, e ha precisi ruoli e responsabilità politiche, sia stato fatto tutto quello che era necessario per difendere diritto umanità civiltà. L´opposizione si è espressa solo attraverso prese di posizione personali, prigioniera solo di paure interne, visto che più di un´indagine ha dimostrato che l´opinione pubblica è nella maggioranza a favore dell´interruzione dei trattamenti, anche in significativi ambienti cattolici. Una opposizione silenziosa, che non comprende il senso della difesa dei diritti e della civiltà giuridica, ha poco futuro davanti a sé.

venerdì 16 gennaio 2009

Il medico di Eluana. Quando il corpo diventa una prigione

La Repubblica Firenze 16.1.09
Il medico di Eluana. Quando il corpo diventa una prigione
di Maria Cristina Carratù

A "Leggere per non dimenticare" Carlo Alberto Defanti l´esperto di bioetica
"Il punto dove inizia la morte è in realtà indefinibile Ma lo stesso si può dire della vita"

Che cos´è la morte? Di esprimersi con competenza su un tema oggi fin troppo, e, a sproposito, frequentato, è ormai consentito a pochi, fra i quali, a pieno titolo, Carlo Alberto Defanti, il neurologo noto per aver seguito Eluana Englaro, ma già notissimo in un campo, come quello della bioetica, di cui è stato uno dei pionieri in Italia. Già direttore dei reparti neurologici degli Ospedali riuniti di Bergamo e del Niguarda di Milano, fra i fondatori della Consulta di bioetica, oggi docente di Bioetica al San Raffaele di Milano, Defanti ha deciso di raccontare la sua esperienza in un libro che già dal titolo si presenta come compendio di interrogativi, ben più che di rigide tesi: «Soglie. Medicina e fine della vita» (oggi a "Leggere per non dimenticare", con l´autore e Adriano Prosperi, ore 17,30. Biblioteca delle Oblate, via dell´Oriuolo; a seguire «Il mondo di Sergio», di Mauro Paissan). Sebbene in realtà una tesi, al fondo, emerga: la morte è una convenzione. Sì, dice, Defanti: la soglia estrema dell´umano è, in realtà, indefinibile. Ma non si può forse dire lo stesso della vita, che della morte è la condizione? Restare nell´incertezza, però, se è consentito ai filosofi, non lo è alla medicina, che ha fini molto pratici come la necessità di stabilire quando una persona è morta per procedere, per esempio, a un espianto di organi. Da qui, dice il neurologo, la necessità di trovare della morte, di volta in volta, definizioni socialmente accettate. Utili per un´epoca più o meno lunga, ma, avverte Defanti, sostanzialmente transeunti. Da rispettare sempre pronti a modificarle. Non in quanto relativisti, bensì in nome di quella continua «correzione di rotta» che il rapporto con la morte, di per sé, impone alla vita.
Professor Defanti, il suo libro nasce dalla sua esperienza concreta di neurologo, membro di commissioni per l´accertamento della morte cerebrale. La sua posizione nasce cioè da una esperienza diretta di chi è chiamato al difficilissimo compito di decretare il superamento della fatidica soglia�
«Sì, cosa tecnicamente di routine, ma che mi ha spinto a riflettere a fondo su quella sfida contro-intuitiva all´immagine di una persona con il cuore che batte, da definire però "morta". Mi sono reso conto di come la definizione di "morte cerebrale", proposta nel �68 dalla scuola di Harvard e poi passata quasi ovunque nella legislazione internazionale, fosse non tanto il risultato di una scoperta scientifica, ma di una convenzione, che consentiva finalmente di mettere ordine in un settore fino ad allora del tutto incerto. Con l´avvento dell´era dei trapianti, dopo quello di Barnard nel �67, i chirurghi rischiavano infatti l´accusa di omicidio».
D´altra parte, come ricorda nel suo libro, la morte, che pure sembrerebbe qualcosa di assoluto, è sempre stata in realtà qualcosa di incerto e dubbio, vedi il timore delle morti apparenti o i gialli di Edgar Allan Poe.
«Sì, e continua ad esserlo, ma al contrario di un tempo, quando si trattava di limiti dei mezzi di accertamento, oggi i confini della morte saltano causa il nostro pesante intervento tecnico. La morte così è diventata un processo, fatto di tante soglie, una delle quali soltanto, però, va indicata come morte vera e propria».
Ma cos´è davvero la morte cerebrale, e come è possibile che una convenzione sia sufficiente a eliminare problemi etici, tanto che nemmeno la Chiesa si oppone agli espianti?
«La morte cerebrale si dà in presenza di danni gravissimi di tutto il cervello e in assenza di qualunque funzione vegetativa. Che non è, il caso di Eluana Englaro, completamente priva di coscienza, ai confini della morte cerebrale, ma ancora dotata di funzioni vegetative. E di fronte a cui il problema diventa quale sia il senso di una vita puramente biologica in persone che non sanno neppure di esistere. Il suo caso mostra che chi volesse uscire da questo stato, oggi, ha la strada sbarrata».

giovedì 15 gennaio 2009

Firme per Eluana

Firme per Eluana

La Repubblica - Salute del 15 gennaio 2009, pag. 6

Domenica prossima sarà il diciassettesimo anniversario dei coma di Eluana Englaro. E per il giorno prima, sabato 17, l’Associazione Luca Coscioni e i Radicali hanno indetto un’altra giornata di mobilitazione e raccolta di firme per chiedere al Parlamento una legge sul testamento biologico e sull’eutanasia. Per aprire tavoli, comunicare adesioni e chiedere informazioni scrivere a info@associazionecoscioni.org e consultare il sito www.lucacoscioni.it/petizioneeutanasia.

lunedì 12 gennaio 2009

"Diversamente viva", l’ultimo schiaffo a Eluana

"Diversamente viva", l’ultimo schiaffo a Eluana

Secolo XIX del 12 gennaio 2009, pag. 17

di Luisella Battaglia

Stiamo assistendo con pena e sgomento allo svolgersi della storia infinita di Eluana Englaro il cui ultimo capitolo - o dovremmo dire "stazione" - di un’inedita Via Crucis medico-burocratica contempla la sua promozione a «disabile» a seguito di un illuminante intervento di Eugenia Roccella. Roccella fa riferimento alla Convenzione Onu sui diritti delle persone disabili per fondare un dovere incondizionato di cura e di assistenza che riguarderebbe anche la particolarissima disabilità di Eluana. Vale dunque la pena di leggere con attenzione tale documento entrato in vigore nel maggio del 2008 - che è stato definito il primo grande trattato sui diritti umani siglato nel terzo millennio, un potente strumento per sradicare ostacoli storici come la discriminazione, l’isolamento sociale, la marginalizzazione economica, la mancanza di opportunità di partecipazione alle decisioni in campo politico e economico.



Il testo, ampio e articolato, si compone di un preambolo, di 50 articoli e di un protocollo aggiuntivo che riguarda principalmente le procedure d’appello in caso di violazione dei diritti stabiliti dalla Convenzione stessa. Nel mondo si stima che vi siano almeno 650 milioni di persone con disabilità, l’80 per cento delle quali vive nei Paesi in via di sviluppo: si tratta, dunque, di un decimo della popolazione mondiale ma oltre due terzi dei membri delle Nazioni Unite non prevedono per esse, attualmente, nessuna protezione giuridica La Convenzione, che va a integrarsi con gli altri atti internazionali concernenti i diritti umani già esistenti, ha lo scopo di evidenziare la particolare situazione delle persone con disabilità, al fine di promuovere, proteggere e assicurare il pieno ed eguale godimento del diritto alla vita, alla salute, all’istruzione, al lavoro, a una vita indipendente, alla mobilità, alla libertà d’espressione e, in generale, alla partecipazione alla vita politica e sociale.



Un problema molto dibattuto nel corso dell’elaborazione del documento è statala definizione stessa di disabilità. L’articolo 1 riporta la definizione sulla quale si è raggiunto l’unanime consenso: "menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali di lunga durata che, interagendo con varie barriere, possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione nella società". Una definizione che riesce francamente molto difficile applicare a Eluana che si trova da ben 17 anni in stato vegetativo permanente.



Alla luce di tali osservazioni non si può non segnalare, dopo l’iniziale sbigottimento, la prodigiosa estensione di un concetto che si colloca ormai tra due estremi: da "diversamente abile"- denominazione eufemistica e politicamente corretta che vuole indicare le abilità plurime e le possibilità comunque aperte a soggetti portatori di handicap - a "diversamente vivo" - denominazione anch’essa eufemistica e politicamente corretta nel suo valorizzare abilità residue e aprire possibilità insperate a soggetti, come Eluana Englaro, in stato di coma permanente.

Le associazioni dei disabili dovrebbero intervenire fermamente dinanzi all’uso - o abuso - ideologico del termine “disabilità"- e contrastare un’operazione politica assai ambigua il cui paradossale risultato è di equipararli a persone che non hanno una vita biografica ma solo biologica.



Oggi assistiamo a un graduale ma irreversibile scardinamento dei tabù connessi con la disabilità. Lo stesso drammatico incremento del fenomeno (dovuto a incidenti stradali o lavorativi o anche l’innalzamento dell’età media della popolazione) ha favorito la crescita di un dibattito che insiste sul fatto che la disabilità è una condizione da porre in relazione con un ambiente fisico, culturale, sociale che non appare in grado di valorizzare le abilità diverse che la persona possiede. D’altra parte, l’esperienza del limite che l’handicap inevitabilmente comporta è una dimensione strutturale dell’esperienza umana, un dato costitutivo - potremmo dire - della nostra natura. Ora tale condizione dolorosamente reale per milioni di persone nel mondo viene usata come arma per impedire, da un lato, l’attuazione della sentenza che consente di sospendere le cure a Eluana, e,dall’altro, per criminalizzare il padre che, anziché prestare la doverosa assistenza a un disabile, perseguirebbe tenacemente un proposito omicida. A quando la rituale evocazione della barbarie nazista e dei campi di sterminio?



In attesa della prossima puntata di una storia indegna di un Paese civile, occorre aggiungere che se Eluana è stata ambiguamente "promossa" a disabile, resta prima di tutto una cittadina affidata legalmente a un tutore - il padre - il quale può legalmente decidere in suo nome e per il suo migliore interesse sulla base anche - non si dimentichi - dei desideri da lei precedentemente espressi e che la Convenzione di Oviedo raccomanda di tenere in considerazione.



NOTE

Luisella Battaglia è docente di filosofia morale e bioetica all’ Universitàdi Genova e membro del Comitato nazionale per la bioetica.

domenica 11 gennaio 2009

Beppino Englaro: «Incivile un paese che non sa attuare le sentenze»

l'Unità 11.1.09
Beppino Englaro: «Incivile un paese che non sa attuare le sentenze»
di Federica Fantozzi

«Non vogliamo decidereal posto di Eluana, ma con lei» dice a Fazio, a «Che tempo che fa»
Le ragioni della battaglia:«Ora una legge sul testamento biologico, senza paletti inaccettabili»

Alla vigilia della decisione della clinica di Udine sul ricovero di Eluana, il padre rompe il silenzio: «Finora hanno deciso sempre gli altri, in 17 anni non siamo riusciti a rispettare la sua volontà».
Da 6204 giorni Eluana Englaro è in coma. Il 18 gennaio saranno 17 anni da quel fatale incidente d’auto. «L’Eluana ci aveva dato indicazioni precise, in tutto questo tempo non siamo riusciti a rispettarle pur avendo esperito tutti i gradi della giustizia». È tutta qui l’amarezza di Beppino: l’impossibilità di far capire al mondo che per sua figlia «la vita era la libertà».
Alla vigilia della decisione della clinica “Città di Udine” se accogliere o meno Eluana, suo padre rompe il silenzio che aveva imposto a se stesso e chiesto a media e politica per raccontare la sua storia alla platea di “Che tempo che fa”.
Incassato nella poltroncina bianca, addosso la solita giacca scura sulla camicia, sembra piccolo e quasi sperduto nello sfondo blu elettrico dello studio. È venuto a presentare il libro sulla vicenda di Eluana scritto con la giovane studiosa di bioetica Elena Nave. A testimoniare la sua incredulità: «Non mi aspettavo che dopo la sentenza della Corte di Cassazione intervenisse qualcos’altro. Invece Sacconi ha convinto la clinica a fare approfondimenti tecnico-amministrativi». Alla famiglia non resta che un supplemento di attesa.
Englaro spiega perché staccare il sondino è la sospensione di una cura e non una forma di eutanasia: «È alimentazione forzata, un presidio terapeutico che non ha niente a che vedere con la naturalità». Lei non mangia. Non deglutisce: «Il resto sono deliri». Fabio Fazio avverte che «qui le parole devono avere rispetto enorme», cita la ballata di Guido Ceronetti per lei «priva di morte e orfana di vita», chiede se davvero Eluana avesse un’opinione così netta. «A dieci anni ci ha chiesto: cosa c’entrate voi con la mia vita?» risponde Englaro che cita le testimonianze delle amiche, tali da convincere i giudici. «Ormai è tutto chiarito - spiega - Vogliamo decidere non al posto o per Eluana ma con lei».
Fazio domanda perché abbia scelto «ostinatamente la via del diritto» anziché battere strade meno esposte e più indolori: «Guardi Fabio, la vera libertà è dentro la società. E dentro la società ci si muove così». In qualche momento del lungo cammino ha vacillato? «Mai. Era un tacito patto di sangue in famiglia. Per il rispetto assoluto di noi stessi e degli altri». Cosa si prova ad essere giudicati da tutti? «È meglio aver contro il mondo intero che me stesso - risponde Beppino - La prima cosa non dipende da me».
Poche parole sull’accanimento sanitario: «È mancata la possibilità di venire incontro alle libertà fondamentali della persona. Trovarsi scoperti perché in condizioni di incapacità di intendere e volere è inaccettabile». Per questo, osserva, serve una legge sul testamento biologico: «Un testo semplice, senza i paletti di cui sento parlare perché gli italiani si ribellerebbero. Non si può vietare di interrompere la nutrizione artificiale, sarebbe una discriminazione».
Solo all’ultimo affiora lo sconforto: «Finora per l'Eliana hanno deciso sempre gli altri creandoci situazioni paradossali. Viene da pensare che in Italia non ci sia un minimo di civiltà. Non lasciare attuare una sentenza passata in giudicato è preoccupante per una nazione. Ma è una situazione in cui potremmo trovarci tutti: chiamarsi fuori è pericoloso».
La decisione di papà Englaro è stata criticata dal foglio” di Giuliano Ferrara che alla vicenda ieri dedicava ben due articoli. Un editoriale dal titolo «Silenzio stampa sì, ma non per Fazio» e una lettera aperta al conduttore televisivo da parte di Fulvio De Negras, direttore del centro studi “Gli amici di Luca” con la richiesta di «dare voce» anche a persone che vivono la stessa vicenda «in modo propositivo».

martedì 6 gennaio 2009

Il cittadino e la volontà di Eluana

Il cittadino e la volontà di Eluana
L'Unità del 6 gennaio 2009, pag. 37

di Paolo Flores d'Arcais

«Sia fatta la volontà di Eluana» o «sia fatta la volontà di Dio»? Tra queste due possibilità si tratta di scegliere, al di là di questo singolo e terribile caso, mettendo al posto di Eluana il nome di un qualsiasi cittadino, per legiferare. Risulta infatti ormai evidente come la prima linea delle obiezioni clericali (la volontà di Eluana non è stata accertata oltre ogni ragionevole dubbio) fosse poco più di un pretesto. Fosse stata anche messa per iscritto, filmata, certificata presso un notaio, l’ostilità clericale alla decisione dei magistrati sarebbe restata tale e quale.



La volontà del cittadino o la volontà di Dio? Questa, e nessun’altra, è la decisione che si deve prendere. In uno Stato laico la risposta dovrebbe suonare ovvia. La volontà di Dio sì esprime sempre e solo attraverso la voce di un uomo, la volontà finitamente umana di chi pretende di parlare in Suo nome, e ha un significato solo per il credente e non può vincolare che lui, e del resto è diversa quanto diversi sono i gruppi dì credenti a la loro ermeneutica della volontà divina. I cristiani valdesi ammettono il diritto all’eutanasia, e altrettanto fanno cristiani cattolici come Hans Kung, Giovanni Franzoni e tantissimi altri.



La Costituzione italiana, non a caso, stabilisce che è diritto di ogni cittadino rifiutare qualsiasi genere di cure, anche se tale rifiuto porta a morte certa, e ripetute sentenze della magistratura, fino alla Cassazione, hanno ormai sistematicamente applicato il principio. La giaculatoria ricorrente, secondo cui la vita è un bene "indisponibile", è solo l’ultimo sotterfugio con cui si tenta colpevolmente di rovesciare il dettato costituzionale. Applicare o togliere una macchina, senza la quale la vita cesserebbe, è sempre una decisione, che verrà perciò presa da qualcuno. La decisione, e la vita, è sempre e comunque, perciò, nella disponibilità di qualcuno, ci si trovi di fronte al malato terminale o al neonato che abbandonato alla "natura" non sopravviverebbe. Perciò, se la tua vita non è nella tua disponibilità, caro lettore (adulto e titolare dei diritti di cittadino), sarà inevitabilmente nella disponibilità di qualcun altro, essere umano finito e fallibile come te.



Qui si tratta semplicemente di decidere tra libertà democratiche e pretese di teocrazia. Se l’oltranzismo clericale arriverà alla dismisura di voler davvero imporre per legge, a tutti, la loro morale di fine vita, e non ci fosse una Corte Costituzionale capace di abrogare un così inqualificabile tentativo di restaurazione teocratica, bisognerà che tutti i cittadini democratici si sentano fin d’ora mobilitati al referendum.

NOTE

direttore di Micromega
Nei siti www.unita.it e www.micromega.net è possibile leggere la versione integrale di questo articolo.

venerdì 2 gennaio 2009

Il caso Englaro e la necessità di una legge sul testamento biologico

La Repubblica 2.1.09
Le libertà dell’uomo
Il caso Englaro e la necessità di una legge sul testamento biologico
Referendum sul diritto di morire
di Luca e Francesco Cavalli Sforza

Un bilancio sul caso Eluana che ha segnato il confronto del 2008
Quando si nega il diritto di morire
Nessuno chiede la nostra opinione prima di metterci al mondo: perché non dovremmo essere liberi di andarcene? E´ necessario un referendum sul testamento biologico
Anche se si tratta di un giovane sano con quale autorità si può impedirgli di togliersi la vita?
La Chiesa è anche contro l´aborto terapeutico di un ovocita appena fecondato

Se uno di noi volesse negare a un altro il diritto di vivere (a una donna di partorire, per esempio, o a chiunque di esistere), tutti insorgeremmo, si spera, e cercheremmo, potendo, di impedirglielo. Tant´è vero che in Italia e in Europa non ammettiamo la pena di morte. Ma se qualcuno rivendica il diritto di morire, glielo si nega, anzi si va a qualunque estremo per rifiutarglielo. Il caso di Eluana Englaro ci getta in faccia con evidenza macroscopica, anzi spaventosa, questo dato di fatto. Perché una persona non dovrebbe avere il diritto di morire?
Che la persona sia vecchia e malata, tormentata da sofferenze insopportabili, o che sia giovane e sana, nel pieno delle sue forze: anche se avesse ogni ragione di vivere la vita, ma decidesse invece di togliersela, e qualunque fosse il motivo del suo gesto, che diritto avremmo di negarglielo? Privare se stessi della vita è una follia, d´accordissimo. Ci ripugnerà, non c´è dubbio. Sarà come minimo doveroso fare tutto il possibile per evitare che una persona commetta questa pazzia, darle un supporto che la possa aiutare a scoprire un senso nella vita. Ma se ha deciso di farla finita, con quale autorità glielo si può impedire?
In Italia, ci informa l´ISTAT, 2867 persone si sono uccise nel 2007: quasi 5 persone per ogni centomila abitanti. La vita è l´unico bene che abbiamo, la fonte di ogni altro bene: chi se la toglie lo fa di solito per disperazione o dolore o infelicità intollerabili, perché non sopporta più di vivere. Che sia la rovina economica a portare al suicidio, o il peso delle proprie azioni sbagliate, o un ricatto esterno, o la vergogna, o la semplice alienazione, perché con nulla e nessuno nella vita riusciamo a interagire, o qualunque altro sia il motivo, chi si suicida ha le sue ragioni per farlo, e ciascuna di queste è una sconfitta. In passato però, e per secoli, ci si è suicidati anche solo per onore (una tradizione che in Giappone è ancora viva). I suicidi imposti da tiranni, come quello di Seneca, non sono stati visti come sconfitte, ma come affermazioni di libertà interiore anche davanti alla morte. Libertà va cercando, ch´è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta, dice Virgilio presentando Dante.
Che il suicidio sia una cosa terribile è un´affermazione che ci trova tutti d´accordo: siano più o meno felici o infelici, circa 99.995 italiani su 100.000 non si privano del proprio bene fondamentale. Ma cosa ci dà il diritto di vietare ad un altro di togliersi la vita, al punto di considerare il suicidio un reato?
Se la persona in piena lucidità è determinata a porre termine ai suoi giorni, chi siamo noi per negarle la possibilità di farlo?
Cosa sappiamo della vita e della morte? Cosa ci autorizza a rifiutare il diritto di disporre della propria morte, mentre riconosciamo il diritto di indirizzare la propria vita? Chi è religioso invocherà la volontà di Dio, che avrebbe creato l´individuo, ma perché mai questa convinzione dovrebbe valere per chi non vede da nessuna parte la presenza di un Dio?
Che ogni individuo sia libero e responsabile delle proprie azioni: così vogliamo le nostre società. Se lo Stato o la Chiesa o la famiglia o chicchessia pensa di avere qualcosa da dare o da rivendicare, che lo faccia: parli con la persona, dia una mano se può. Ma se non può, o non ne è capace, o quanto fa non serve, che rispetti la scelta dell´aspirante suicida. Negare la libertà di morire è ridicolo per due ragioni: intanto perché chi vuole suicidarsi prima o poi ci riuscirà, se non è stretto in una camicia di forza o reso incosciente dai farmaci (e, beninteso, ci sono situazioni che lo esigono). Ma nessuno in definitiva può impedirgli di uccidersi, una volta tornato a casa. Seconda ragione: la nostra morte è certa, già che siamo vivi, anzi è forse l´unica certezza universalmente riconosciuta. Perché mai una persona nel pieno delle proprie facoltà mentali non dovrebbe essere libera di decidere il tempo e il modo della propria morte, anziché affidarli alla natura e al caso? Chi nasce è comunque destinato a morire.
Una società che voglia dirsi civile non può negare ai suoi membri il diritto di decidere della propria morte. Il testamento biologico, norma di elementare rispetto della libera volontà dell´individuo, è tabù da noi in sede legislativa. I tentativi di portarlo all´attenzione sono ricacciati come polvere sotto il tappeto. L´idea che una persona possa disporre le condizioni della propria morte, in determinate circostanze - per esempio, se si ritroverà in coma vegetativo permanente - è così controversa da terrorizzare i politici. Eppure, né i politici, né gli ecclesiastici, né i medici, né nessuno probabilmente, sa che cosa accade o non accade in quello spazio intermedio fra la vita e la morte che è il coma. Nessuno sa se rimanga qualcosa di ciò che consideriamo il nostro io o che chiamiamo "coscienza". Già che nessuno lo sa, perché la scelta non dovrebbe spettare al diretto interessato?
Nella vicenda di Eluana Englaro, in coma da quasi diciassette anni dopo averne vissuti ventidue, si è giunti allo scontro istituzionale, un po´ come se la magistratura ordinasse la scarcerazione di un detenuto ma il potere esecutivo lo ricacciasse in cella. Eppure la ragazza, sconvolta dall´analoga sorte di un amico, aveva espresso con forza e con chiarezza ai genitori la sua volontà di non essere intubata, se qualcosa del genere fosse accaduto a lei. In un Paese dove ogni giorno muoiono in media quattro lavoratori per incidenti sul lavoro, per lo più dovuti al mancato rispetto di norme di sicurezza che i governi non si preoccupano di fare osservare, quale sadismo senza nome può spingere il ministro a tenere in vita chi è prigioniero del proprio corpo e ha espresso, quando poteva, il desiderio di liberarsene? in nome di quale vita? certo non di quelle che si perdono ogni giorno nelle fabbriche e nei cantieri. Perché il ministro del Lavoro e della Salute non esercita là la sua solerzia?
Bisognerebbe chiedere ai cittadini se il testamento biologico è ammissibile. Può l´individuo decidere, in piena consapevolezza, quale deve essere la sua sorte se dovesse perdere coscienza per un tempo illimitato, o se non fosse più in grado di esprimere la propria volontà? Può lasciare scritto: «Staccate i tubi»; oppure: «Tenetemi in vita comunque, finché possibile»; o ancora, poniamo: «Tenetemi in vita per sei mesi, poi lasciatemi morire»? Non si può pretendere che i cittadini si esprimano per referendum su temi che richiedono competenze speciali, come l´ingegneria genetica o le strategie energetiche, ma a chi spetta, se non a loro, decidere se chi è nato è libero di scegliere la propria morte? E sperabile credere che vincerebbe il parere: «Io sono padrone della mia vita». Se la Chiesa davvero crede nella libertà dell´uomo, perché non lascia le persone libere di morire? Nessuno ha chiesto la nostra opinione, prima di metterci al mondo: perché non dovremmo essere liberi di andarcene? Cercare la morte non è nella natura dell´uomo, né di alcun essere vivente: ma quanti hanno cercato la morte nelle guerre, e peggio ancora l´hanno data, magari con la benedizione della stessa Chiesa? Se lo Stato invece ritiene che chi si uccide leda un diritto fondamentale e danneggi la comunità, privandola di se stesso, che si adoperi per creare le condizioni perché le persone non si gettino nella morte. Nessuno può credere che chi si suicida lo faccia volentieri.
Il discorso è lo stesso per un altro punto fermo della Chiesa Cattolica, il divieto di aborto profilattico. E questa una situazione molto più frequente dei coma e assai dolorosa per il malato che è costretto a nascere e per la sua famiglia. Qui non sappiamo certo che cosa pensi il soggetto in gestazione, al terzo mese di gravidanza. La Chiesa, comunque, estende il diritto alla vita alla cellula-ovo appena fecondata dallo spermatozoo, in cui subito verrebbe ad abitare un´anima. Il grande teologo San Tommaso d´Aquino non avrebbe avuto problemi con l´aborto profilattico, perché diceva che l´anima entra nel corpo solo quando il feto ha assunto forma pienamente umana. Nel caso di Eluana, come in quello di tutti i futuri malati di gravi malattie genetiche la cui nascita può venire oggi evitata, la sofferenza dei parenti e i costi alla società sono molto gravi, ma vengono ignorati. I genitori che fanno nascere coscientemente un bimbo gravemente e irrimediabilmente danneggiato si assumono doveri e pene tremende, e lo stesso ci sembra valere per i parenti di una persona in coma profondo, se, avendo tentato con ogni mezzo di riportarla in vita ed essendovi in qualche modo riusciti, se la ritrovassero con danni gravi e permanenti.
In un certo senso sorprende, questo attaccamento della Chiesa alla vita, anche quando non sia che un barlume cui solo le macchine impediscono di spegnersi, perché in fondo la Chiesa promette al fedele un futuro ben più luminoso di questa vita. Ma Chiesa o Stato che sia, chi può pronunciarsi o legiferare su ciò che non conosce? E chi fra i vivi può sindacare sulla morte?