martedì 9 febbraio 2010

Un anno dopo mi batto ancora in nome di Eluana

La Repubblica 9.2.10
Un anno dopo mi batto ancora in nome di Eluana
di Beppino Englaro

Caro direttore, un anno è passato dalla «fine di un incubo». Era un incubo nostro, degli Englaro, perché avevamo un componente della famiglia in balìa di mani altrui, contro la sua volontà. Ma credo che questo incubo familiare sia entrato in molte case. Incontro sempre più persone che vogliono stringermi la mano, salutarmi e dirmi grazie. Penso che questa gente abbia capito il senso dei diritti individuali di libertà delle persone. Sono convinto che molti si siano resi conto del prezzo che abbiamo pagato.
C´è una questione che viene sempre capovolta. Mi sento dire: «Mai più Eluane». E cioè, mai più contro la sacralità della vita e la sua indisponibilità. Ma, secondo me, è l´esatto contrario. E cioè, nessuno deve avere il potere di disporre di un´altra vita com´è avvenuto per Eluana. Il miglior modo di tutelare la vita in tutte le situazioni è affidarne le decisioni a chi la vive. Sia a chi è in condizioni di intendere e volere, sia a chi non è più capace, ma ha spiegato che cosa avrebbe voluto per sé. Che cosa mi diceva Eluana? «La morte l´accetto, fa parte della vita, ma che altri mi possano ridurre a una condizione di non-morte e di non-vita, no, questo non l´accetto». C´è chi la pensa in maniera diversa, e lo so bene. Ma so bene anche che mentre Eluana moriva, il Parlamento aveva organizzato una corsa per approvare una norma che annullasse quello che aveva stabilito la corte di Cassazione.
C´era un giudicato e c´erano dei politici che volevano sovvertirlo. C´era una nostra lunga e dolorosa battaglia, e c´era chi voleva farne carta straccia. Sembrava che quella legge fosse indispensabile per gli italiani. Che fosse fondamentale per la salvaguardia ideologica di alcuni partiti. Adesso io vorrei dire: è passato un anno, e la legge non c´è. Come mai? A che punto è? Tutta quella forza d´urto lanciata mentre una ragazza moriva dov´è finita?
Vedo che non hanno capito niente: i politici ne fanno una questione di conflitto di poteri, di chi decide che cosa. Dimenticano che la corte costituzionale s´è già espressa, avallando l´operato della magistratura di fronte a un cittadino che s´era rivolto a loro per il riconoscimento di un suo diritto. E se questi politici leggono bene la sentenza del 16 ottobre 2007, capiscono che è perfettamente allineata ai principi della nostra Costituzione.
Se i politici vogliono riappropriarsi, come del resto a loro spetta, del diritto "dell´ultima parola" su temi eticamente controversi, devono tenere conto di quello che è accaduto sinora. E come diceva Pulitzer, «un´opinione pubblica bene informata è la nostra corte suprema». I sondaggi ci sono, dicono che il mio è il sentire comune. E invece questa legge, così come viene formulata, non tiene e non terrà. E poi come non considerare che anche la terza carica dello Stato si è espressa sul tema, mettendo in guardia il legislatore da autoritarismi da stato etico?
I cittadini, come era esasperatamente cittadina Eluana, vogliono essere messi in condizione di assumersi le loro responsabilità. E non essere trattati come se non fossero responsabili delle loro scelte di coscienza. Un anno dopo la morte di Eluana, io voglio semplicemente separare la tragedia privata di aver perso una figlia dalla violenza terapeutica. Non credo che la medicina giusta sia quella che offre una «vita senza limiti». Eluana un anno dopo è come un anno fa, o diciotto anni fa: un simbolo pulito della libertà individuale. Ed è nel mio cuore costantemente.

Il caso Eluana tra scienza e ideologia

l’Unità 9.2.10
I dati di una ricerca e l’Avvenire
Il caso Eluana tra scienza e ideologia
di Carlo Albero Defanti

Domenica 7 febbraio, commentando su Avvenire l’articolo di Martin M. Monti e collaboratori apparso sul New England Journal of Medicine, nel quale si descrivono i risultati di uno studio condotto dai due principali centri attivi nella ricerca sul coma (Oxford e Liegi) su una serie di pazienti in stato vegetativo e di minima coscienza, Assuntina Morresi sottolinea il fatto, certamente importante, che in questo studio è stato dimostrato che in 2 pazienti (su 23) diagnosticati in stato vegetativo sono state rilevate, con tecniche sofisticate, risposte di aree corticali che suggeriscono la persistenza di funzioni cognitive. Il dato era già noto dopo lo studio di Owen del 2006 (su un caso singolo, studiato 5 mesi dopo il trauma); la novità è che le risposte rilevate sembrano comportare una componente di volontà e che i due casi avevano una durata di malattia maggiore (inferiore comunque ai 30 mesi). Morresi ne trae la conclusione che tutti gli stati vegetativi sono «persone vive» e sono in grado potenzialmente di comunicare con noi. Non solo, ma si chiede che cosa sarebbe accaduto se Eluana Englaro fosse stata sottoposta a queste indagini.
In realtà la conclusione generale di Morresi non è affatto giustificata e la sua illazione tendenziosa riguardante Eluana non tiene conto né della sua lunghissima fase di malattia (pari a 17 anni), né dei risultati dell’esame neuropatologico, che è stato condotto in maniera estremamente scrupolosa ed è stato molto chiaro sia sulla coerenza con la diagnosi di stato vegetativo permanente sia sull’irreversibilità delle lesioni.
Quel che è certo è che negli ultimi anni si è aperta una nuova era nel campo degli studi sui disturbi di coscienza e che le nuove metodiche promettono di cambiare profondamente il nostro sapere in materia. Come suggerisce Alan Ropper nell’editoriale che, sul New England Journal of medicine accompagna l’articolo di Monti, è presto però per trarre da questo studio conclusioni circa la pratica clinica. E, aggiungo io, è del tutto fuori luogo leggere questo importante contributo scientifico alla luce di un partito preso ideologico. Io spero soprattutto che grazie a queste nuove indagini si possano trarre in un prossimo futuro indicazioni utili per formulare una prognosi più attendibile e un congruo programma di cura.
Carlo Albero Defanti, il neurologo che ha seguito Eluana Englaro, è primario emerito presso l’Ospedale Niguarda di Milano ed è membro della Consulta di Bioetica onlus.

lunedì 8 febbraio 2010

Eluana: continuano le ciniche e volgari speculazioni di sedicenti difensori della vita

da radicali.it
Eluana: continuano le ciniche e volgari speculazioni di sedicenti difensori della vita

di Maria Antonietta Farina Coscioni

A un anno dalla morte di Eluana Englaro, continua il cinico e volgare spettacolo di chi, in nome di una malintesa difesa della vita, in realtà vuole condannare ad agonie e sofferenze senza speranza anche chi chiede dignità e rivendica di poter decidere come e quando porre fine alla propria esistenza.



Costoro, proprio in nome del loro rinnovato cinismo e della strumentalità che li caratterizza, non meritano risposta o replica. Gli italiani, come tutti i sondaggi demoscopici unanimi certificano, hanno detto in modo inequivocabile e netto con chi sono in sintonia, se con Beppino Englaro, Luca Coscioni, Piergiorgio Welby, i radicali, o con questi penosi epigoni degli zuavi pontifici.



Qui e ora sia sufficiente ricordare (e riconoscersi) nelle parole caritatevoli e misericordiose di persone di fede, non a caso silenziate. Monsignor Giuseppe Casale, vescovo emerito di Foggia: «Non si è voluto dare la morte ad Eluana, si è soltanto posto fine al suo calvario e questo è un atto di misericordia, non un assassinio…parlare di omicidio è un’accusa gratuita, volgare e ingiusta. Non si è voluto dare la morte a questa giovane, L’alimentazione e l’idratazione artificiali sono assimilabili a trattamenti medici. E se una cura non porta a nessun beneficio, può essere legittimamente interrotta, questo non è omicidio».



Arcivescovo Giancarlo Maria Bragantini, già impegnatissimo nella denuncia della 'ndrangheta quand’era a Locri, e spedito, contro la sua volontà, a guidare l’arcidiocesi di Campobasso: «Sono vicino a Peppino Englaro, che invece di ricorrere a sotterfugi è sempre stato corretto e ha creduto nella giustizia. Bisogna apprezzare la sua rettitudine… È stato grande nell’aver voluto una soluzione legale senza mai cercare scorciatoie sotto banco… Avremmo dovuto camminare più insieme alla famiglia Englaro, accompagnarla di più in questi anni…».

mercoledì 3 febbraio 2010

Dopo Englaro quanto tempo è stato perso

Dopo Englaro quanto tempo è stato perso

Il gazzettino del 3 febbraio 2010

Francesco Paolo Casavola

E passato un anno dalla fine di Eluana Englaro. La emozione che allora tutti ci coinvolse, quale che fosse la scelta reclamata, della vita ad oltranza o della sua cessazione, sembra rimossa. La memoria di quei giorni doveva essere custodita dal Parlamento, cui si demandava il compito di preparare una legge sul fine vita. Un testo apprestato, sulla base di una decina di proposte, dal Senato, è fermo alla Camera, che dovrebbe correggerlo e restituirlo al primo ramo, da cui dovrà riprendere un secondo
percorso. Il clima di contesa tra poteri, che colorò la sentenza dei giudici come un atto di usurpazione di prerogative legislative, fino a produrre un conflitto di attribuzione tra Parlamento
e magistratura dinanzi alla Corte costituzionale, parve sollecitare la via di una legge. La attendiamo e la auspichiamo ancora, più che mai. In primo luogo, perché vicende dolorose di vite protratte o di morti differite sono assai più numerose di quante non rivelino le cronache, e destinate a moltiplicarsi in ragione dei progressi della bíomedícina e dell`uso dei suoi ritrovati. In secondo luogo, perché la società non è attraversata e guidata da persuasioni univoche dinanzi al rispetto della vita e della morte. Da un lato è in discussione la competenza e la decisione del medico, dall`altro il desiderio del pazíente-e dei familiari. Sul primo versante si teme o l`abbandono o l`accanimento terapeutico, sul secondo la richiesta eutanasica, motivata dalla insopportabilità della sofferenza direttamente patita o
indirettamente osservata. Va da sé che una nuova legge non potrebbe mai allinearsi a quegli ordinamenti che prevedono il diritto a morire, perché è per noi inderogabile il principio della salvaguardia della vita. Ma il secondo comma dell`articolo 32, della nostra Costituzione vieta che si sottoponga una persona ad un trattamento sanitario contro la propria volontà. Occorre intendere bene in quale spazio opera il principio di autodeterminazione. Non certo fino al punto di consentire il suicidio. Ma sì, invece, nel rifiutare trattamenti, invasivi delle corporeità, e dunque di quella sfera della persona, dai confini, dì per sé inviolabili. Fanno problema quei trattamenti considerati non unanimemente sostegno vitale e non terapeutici, come l`idratazione e l`alimentazione forzata. Se dal
cosiddetto testamento biologico fosse bandita la disposizione di rifiuto di tali sostegni vitali, a
molti apparirebbe violato il principio costituzionale di autodeterminazione. Questo è il punto morto cui sembra essersi fermato il dibattito parlamentare. Per superarlo occorre aprirsi due vie. La prima è quella di eliminare ogni condizionamento della volontà del malato terminale.
Bisogna liberarlo dal terrore della morte lenta.
La medicina palliativa, da noi finora trascurata, deve poter investire tutte le sue risorse, farmacologiche e psicoterapiche. La seconda è di cercare una convergenza tra scienza medica e bioetica su che cosa sia vita degna della persona umana, e su che cosa sia invece illusione tecnologica. Anziché volere lo scontro tra laici e cattolici, si provi a risolvere le contraddizioni all`interno di argomenti razionali, che scienze della vita e filosofie della vita contengono nella giusta e sufficiente misura.

Torino, lunedì 8 febbraio 2010, ore 17,30: veglia con fiaccole sotto il Municipio ad un anno dalla morte di Eluana Englaro

Torino, lunedì 8 febbraio 2010, ore 17,30: veglia con fiaccole sotto il Municipio ad un anno dalla morte di Eluana Englaro

8 febbraio 2010

Il 9 febbraio 2009 moriva Eluana Englaro. Nei giorni precedenti il governo Berlusconi tentò di far passare un decreto-legge per bloccare l’équipe di medici che, nella clinica di Udine, stavano semplicemente dando attuazione alle sentenze dei tribunali della Repubblica, frutto dell’impegno civile di Beppino Englaro, durato oltre dieci anni.

Il tentativo del governo fu sventato sia per le chiare prese di posizione del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e del Presidente della Camera, Gianfranco Fini, sia per la grande mobilitazione popolare: sabato 7 febbraio 2009, oltre duemila cittadini torinesi si ritrovarono a manifestare sotto la Prefettura, rispondendo all’appello dell’Associazione Radicale Adelaide Aglietta, lanciato solamente venti ore prima e diffuso dal tam tam telematico, a “mouse battente”.



Lunedì 8 febbraio 2010, dalle ore 17:30 alle ore 19:30, l’Associazione Radicale Adelaide Aglietta e la Cellula Coscioni di Torino invitano i cittadini torinesi a ritrovarsi sotto il Municipio di Torino (Piazza Palazzo di Città) per una veglia con fiaccole per ricordare Eluana Englaro e per richiedere l’istituzione del registro comunale dei testamenti biologici; le due associazioni radicali hanno depositato sei mesi fa ben 2.733 firme di cittadini a sostegno di tale richiesta.



Silvio Viale e Giulio Manfredi (Lista Bonino/Pannella) hanno dichiarato:



Lanciamo un appello ai cittadini affinché, come un anno fa, scendano in piazza per manifestare la loro vicinanza a Beppino Englaro (solo recentemente è stata archiviata l’indagine aperta dalla Procura di Udine dopo la morte di Eluana) e la loro determinazione di vedere istituito in Comune il registro dei testamenti biologici. Sarà anche un bel modo per ribadire un NO radicale al disegno di legge del governo, in discussione in questi giorni presso la Commissione Affari Sociali della Camera, che nega al cittadino qualsiasi decisione sulle scelte di fine vita … e hanno la faccia tosta di definirsi “Popolo delle Libertà”!



Saranno presenti alla veglia di lunedì, tra gli altri, Bruno Mellano (presidente di Radicali Italiani), Igor Boni (segretario Associazione Aglietta) e Alessandro Frezzato (presidente Cellula Coscioni di Torino).

Testamento biologico, Farina Coscioni: governo e maggioranza prigionieri e ostaggi, ancora una volta, della Lega. Laici del centro-destra: se non ci s

da radicali.it
Testamento biologico, Farina Coscioni: governo e maggioranza prigionieri e ostaggi, ancora una volta, della Lega. Laici del centro-destra: se non ci si dissocia ora, quando?

2 febbraio 2010

Sono già due sedute – e altre se ne annunciano – che la discussione sul testamento biologico e il fine vita in commissione Affari sociali della Camera è di fatto paralizzata da un inaccettabile e pretestuoso emendamento dei parlamentari della Lega Nord, emendamento che di fatto vanifica ogni dichiarazione che può rendere il malato, anche quando questa viene resa in modo inequivocabile. Una linea che vede, al solito, consenziente, la sottosegretaria Eugenia Roccella. Insomma, si afferma e conferma una linea che confligge con la Costituzione, il buon senso e il senso buono, in omaggio a logiche clerical-oltranziste che larghissima parte dello stesso mondo cattolico rigetta e respinge. A questo punto, lo si dica almeno con chiarezza: la Lega si offre e opera come braccio armato dei voleri delle gerarchie vaticane, e il Governo e la maggioranza, supini, per supposte opportunità elettorali e pavidità, si adeguano, prigionieri e ostaggi. Ai laici del centro-destra, una sola domanda: se non ci si dissocia ora da queste assurde e odiose logiche, quando?”

Dichiarazione di Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale, co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni

martedì 2 febbraio 2010

La coscienza dei medici i diritti delle donne. Gli ospedali nelle mani degli obiettori

l’Unità 2.2.10
La coscienza dei medici i diritti delle donne. Gli ospedali nelle mani degli obiettori
Mario Riccio

Anche gli infermieri italiani criticano duramente il ddl Calabrò, al punto di appellarsi alla “clausola di coscienza” prevista dal loro Codice deontologico pur di non applicare i precetti più contrari alla normale pratica sanitaria. Questa soluzione mi sollecita a riflettere sulla compatibilità tra l’esigenza di garantire alcune forme di obiezione di coscienza e l’efficiente erogazione della prestazione al cittadino. Sembra infatti diffusa l’idea che l’obiezione di coscienza del sanitario possa limitare l’erogazione del servizio: tesi non vera. Per capirlo, esaminiamo le problematiche che riguardano l’interruzione di gravidanza: la metodica cosiddetta chirurgica. Per via dell’elevato numero di obiettori sembra che in molte realtà ospedaliere i tempi di attesa per effettuare una interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) siano talmente lunghi da rischiare che venga superato il termine massimo delle 12 settimane di gestazione. Addirittura vi sono ospedali che sostengono di non poter erogare la prestazione per l’assoluta mancanza di personale sanitario non obiettore. Non sono in grado di valutare se in questo caso sia violato il diritto costituzionale alla tutela della salute. Una ordinaria prestazione sanitaria – come l’Ivg – non viene erogata laddove risiede il cittadino che ne fa richiesta. Costringendo pertanto, nella fattispecie, la donna ad un umiliante peregrinare alla ricerca della struttura accettante più vicina. In verità gli ospedali, al fine di ridurre le liste di attesa, sono autorizzati – qualora non obbligati – ad attuare quanto stabilito nei decreti Bindi del 1999. Ovvero a richiedere ai propri dipendenti prestazioni aggiuntive di tipo libero professionale, al di fuori dell’orario contrattuale e remunerate a parte. Si intende che il costo di dette prestazioni è a carico del Sistema sanitario nazionale e non certo dell’utente. Pertanto ogni ospedale potrebbe facilmente ridurre, se addirittura non azzerare, il tempo di attesa per l’Ivg incentivando il personale non obiettore con richieste di sedute aggiuntive. Un ospedale può anche richiedere personale proveniente da altra struttura ospedaliera qualora la richiesta vada inevasa al proprio interno. Inoltre così procedendo, nessuna struttura ospedaliera si troverebbe a dover rifiutare una prestazione sanitaria – l’Ivg o altre – che oltretutto molto spesso riveste carattere d’urgenza, per i suddetti limiti temporali imposti dalla legge. Tale sistema incentivante è già oggi largamente praticato, per altre prestazioni – per lo più chirurgiche – derivanti dalla presenza di operatori di eccellenza per un determinato intervento. Potrebbe essere applicato per risolvere l’umiliante e talvolta tragica condizione delle donne costrette a mendicare il proprio diritto a interrompere – in sicurezza e legalità – una gravidanza non voluta.
Mario Riccio è membro della Consulta di Bioetica, Milano