martedì 9 settembre 2008

Eluana, l’ultimo affronto

l’Unità 9.9.08
Eluana, l’ultimo affronto
di Giancarlo Ferrero

La lettera del direttore generale della sanità milanese, dottor Lacchini, al padre di Eluana Englaro va al di là d una mera comunicazione tra un utente del servizio sanitario ed il responsabile di un pubblico istituto: assume il valore e l’efficacia di un atto amministrativo. Come tale deve essere considerato per rilevarne l’eventuale illegittimità e la conseguente sua impugnabilità innanzi al giudice competente.
Certamente di fronte ad una precisa richiesta del padre di Eluana, il direttore aveva il dovere-potere di rispondere. Rientrava, altresì, nei suoi poteri respingere la richiesta motivandola sulla circostanza obbiettiva che le strutture sanitarie regionali non erano attrezzate né deputate a dare attuazione ad un intervento sanitario di quel tipo. Ciò che non poteva giuridicamente fare era definire la natura dell’assistenza sanitaria e soprattutto vietare ai medici di intervenire nel senso richiesto, pena le conseguenze sanzionatorie per la corrispondente violazione dei loro obblighi professionali e di servizio.
In questo modo il direttore generale lombardo si pone in netto contrasto con una decisione di un organo giurisdizionale della cui competenza nessuno dubita. I giudici milanesi, infatti, hanno esplicitamente riconosciuto (anche se con pronuncia impugnata dalla Procura Generale) il diritto del padre di Eluana di far sospendere il trattamento terapeutico che la mantiene artificialmente in vita. È consequenziale che se un comportamento è ritenuto manifestazione di un diritto, il comportamento relativo è assolutamente lecito. I sanitari che in piena loro coscienza vi danno attuazione non commettono alcuna violazione di legge e, quindi, non violano alcuna obbligazione professionale e non possono certamente essere sanzionati.
Un direttore di strutture sanitarie, sia pure al vertice, non può porsi in contrasto con una decisione legittimamente presa da un organo giurisdizionale, con efficacia su tutto il territorio nazionale. Se questo contrasto è contenuto in un atto ufficiale con effetti indeterminati verso un gruppo di sanitari, si realizza un’ipotesi, se non di reato (ma il fatto meriterebbe l’attenzione della locale Procura della Repubblica) certamente di illegittimità amministrativa. Con il dolore che gli pesa sulle spalle non si può pretendere che sia il padre ad impugnare il ricorso al Tar e chieder in via d’urgenza e cautelare l’immediata sospensione dell’atto. Troverà facilmente in altre strutture sanitarie quell’accogliente rispetto della sua pena e del suo diritto che gli è stato così rigorosamente negato, dimenticando che (errore interpretativo a parte) è «la legge ad essere fatta per l’uomo, non l’uomo per la legge».

venerdì 5 settembre 2008

Quando si muore? Non lo sanno né la legge né la fede

Quando si muore? Non lo sanno né la legge né la fede

Liberazione del 4 settembre 2008, pag. 2

di Silvia Bencivelli

La morte del cervello non è la morte dell'individuo. Quindi fermiamo i prelievi di organi nei cadaveri a cuor battente, anche se nel nostro paese salvano 3mila persone ogni anno, perché quelli cadaveri, ancora non sono. Questo è, in sintesi, l'appello lanciato dalla storica Lucetta Scaraffia, dalla prima pagina dell' Osservatore Romano , e ripreso in un tam tam scomposto da giornali e telegiornali di tutto il paese. Un appello che ha suscitato immediatamente numerose reazioni, anche in Vaticano. E soprattutto ha provocato reazioni accese nei medici, che adesso hanno paura che da domani il sistema dei trapianti vada al tappeto, steso dal cosiddetto "effetto Celentano": cioè un calo drastico delle donazioni di organi per la diffusione di un insensato panico da chirurgo pazzo, capace di espiantare cuori e fegati da corpi ancora vivi, causato dall'appello pubblico di un personaggio autorevole ma non competente in materia, come successe con l'omonimo cantante nel 2001 durante un varietà in diretta alla tivù.
Ma la questione sollevata dalla Scaraffia è sottile, perché la morte cerebrale come criterio di morte clinica (quando il medico legge l'orologio e sentenzia la cessazione della vita del paziente) è stato deciso quarant'anni fa e oggi ricomincia effettivamente a essere discusso nel mondo scientifico. Quello che invece preoccupa i medici è il passaggio successivo proposto dalla Scaraffia e da Celentano, cioè il passaggio alla donazione di organi. Perché per quanto si discuta, oggi come secoli fa, di quando finisca la vita e di quando cominci la morte, ciò non toglie che tutti siano concordi nel dire che al momento della cessazione delle funzioni cerebrali, oggi, non ci sono più possibilità di interrompere il percorso che porta un individuo vivo a diventare un corpo morto. E che sia quello il momento giusto per prelevarne gli organi.
Il fatto è che la morte non è un istante, ma un processo, che può essere più o meno lungo anche a seconda del medico che si incontra, e che oggi può rivelarsi lunghissimo grazie, o per colpa, della moderna terapia intensiva. Per cui i famosi 21 grammi di anima, che se ne vanno istantaneamente quando la vita abbandona il corpo, per la scienza non esistono: esistono piuttosto cellule, tessuti e organi, che piano piano smettono di funzionare, uno alla volta, mentre l'organismo cessa di funzionare come un tutto dopo che il cuore ha battuto il suo ultimo battito.
Ma un momento convenzionale ci vuole, o almeno così la pensavano gli esperti di Harvard, che si trovarono a discutere della questione all'indomani del primo trapianto di cuore. Un istante convenzionale, dopo il quale è possibile trattare il corpo del malato come un cadavere, cessare ogni terapia o ogni supporto, e anche, ovviamente previo consenso dei familiari o del malato stesso, prelevare gli organi per la donazione. Così, il 5 agosto del 1968 fu pubblicato sul giornale dell' American Medical Association il rapporto che definiva la morte come morte cerebrale. E su questo concetto si trovò anche l'adesione di diverse confessioni, tra cui quella cattolica, che anzi incoraggia la donazione di organi. Era stata un'operazione lungimirante, in un certo senso, perché i trapianti diventarono una chirurgia di routine solo all'inizio degli anni ottanta, con l'introduzione dei farmaci immunosoppressori che permettono al malato ricevente di non avere delle reazioni di rigetto e di condurre una vita praticamente normale.
A quella definizione si sono adeguate le leggi di molti paesi, compreso il nostro. E allora dov'è la discussione scientifica? È sul poter ancora oggi, nel 2008, definire la cessazione delle funzioni cerebrali assenza di vita, come se fosse possibile affermare con certezza che non è vita quel poco di funzionalità nervosa od ormonale che i corpi in morte cerebrale a volte manifestano. C'è chi preferisce dire che la morte cerebrale è una prognosi, pessima, irreversibile, certa: un momento prima della morte vera, quella cardiaca. Ma ancora un momento.
È questo, per esempio, il succo del dibattito delle settimane scorse sulla rivista medica New England Journal of Medicine , in cui, tra le altre cose, si propone di rivedere la cosiddetta dead donor rule , cioè la regola per cui si devono prelevare organi solo a cadaveri. Si dice, cioè, che si può pensare di prelevare organi a corpi che stanno certamente morendo (cioè che sono in morte cerebrale secondo le definizioni correnti) anche senza l'ipocrisia di doverli definire già morti per legge.
Ma questa non è l'unica posizione nel mondo scientifico. Anzi, una grossa fetta della medicina attuale vive benissimo con le cose così come sono, con il cervello che per legge è sede della vita. Nel 1968 la medicina aveva fatto passi da gigante rispetto ai decenni precedenti, e si era visto che era possibile riavviare i cuori ma non i cervelli, e tenere in vita corpi ventilati artificialmente e con la circolazione ancora in funzione, ma senza più nessuna coscienza di sé e del mondo. Poi c'erano stati i primi trapianti e soprattutto il trapianto di cuore. Allora, se era possibile spostare un cuore da un corpo all'altro, forse significava che era il cervello la sede della vita, si pensò. E questo si propose al mondo.
Questa la scienza. Ma le leggi sono cose diverse, tanto che oggi, per assurdo, si può essere vivi in America, ma morti in Italia. E le morali anche: si è spesso vivi per un cattolico, ma morti per un laico. Però sul fatto che gli organi di persone irrimediabilmente decedute possano essere utilizzati per ridare la vita ad altri, su questo la Chiesa è sempre stata d'accordo. E allora che cos'è successo adesso? La sensazione degli addetti ai lavori è che la Chiesa stia vivendo un momento di grave difficoltà con il caso di Eluana Englaro: visto che la soluzione definitiva sembra vicina adesso i cattolici annaspano, cercano di confondere le acque, oppure semplicemente sono confusi. E nel dubbio, ha tuonato Maurizio Mori, presidente della Consulta di Bioetica, hanno deciso che deve morire Sansone con tutti i filistei. Anzi no, hanno deciso che devono rimanere vivi, se non per la loro coscienza, almeno per legge.

Non serve una nuova legge

Non serve una nuova legge

Liberazione del 4 settembre 2008, pag. 1

di Maria Luisa Boccia

Crudele paradosso quello prodotto dalla sentenza del Tribunale di Milano che autorizza a togliere il sondino ad Eluana Englaro. Finalmente vengono applicate le norme che vi sono per riconoscere qual è la dignità della persona da rispettare. Finalmente si afferma a chiare lettere che si può e si deve accertare qual è il modo di intenderla e di viverla della singola donna e del singolo uomo. Punto. Per il diritto non occorre altro. E' già possibile rispettare la dignità di Eluana Englaro, ponendo termine allo stato di coma vegetativo. Non c'è bisogno di una legge. Di norme specifiche. La sentenza ha valore operativo. Nonostante il ricorso della Procura. Nonostante gli ostacoli frapposti dalle strutture sanitarie e ora dalla Regione Lombardia. E' intollerabile che alla famiglia di Eluana venga impedito di applicare la sentenza.
Ed invece. Quella sentenza ha ri-aperto la crudele disputa. Suscitando dolore "oltre il dolore", come ha scritto Beppino Englaro su L'unità il 30 agosto. Il corpo di Eluana è, di nuovo, preda contesa in nome dell' etica.
Si nega legittimità alla sentenza, perché contrasta con la propria concezione della dignità della persona e della vita. E si invoca il vuoto di legge, da parte di quelle forze politiche, di destra, di centro e di centrosinistra che nella scorsa legislatura hanno impedito l'approvazione di una legge. Questo è il paradosso. Chi non voleva la legge, per non dover riconoscere legittimità a scelte etiche diverse dalle proprie, oggi la invoca come rimedio alle decisioni, legittime, della magistratura.
Si è perfino sollevato un conflitto istituzionale di competenze tra Parlamento e Corte di Cassazione. Come se quest'ultima avesse scritto una legge, invece di pronunciarsi sulle norme esistenti. Che è precisamente il suo compito. Il Parlamento ha realizzato una mostruosità giuridica e politica senza precedenti. Senza però suscitare reazioni adeguate. Anzi. Il Pd ha dato prova di "unità", evitando di opporsi esplicitamente con il voto. Sacrificando ad una discutibile esigenza politica, tutta interna al partito, quella di opporsi con forza ad un atto grave ed arrogante di ingerenza istituzionale.
Grave proprio per la sua evidente inammissibilità. Ma che ha mirato diretto alla fonte. Come ho già avuto modo di scrivere su Liberazione , non si comprende l'importanza della sentenza di Milano, se non la si riconnette a quella della Corte. E' quest'ultima infatti che ha ribadito, con l'autorità che le compete, l'esistenza nel nostro ordinamento giuridico di norme che riconoscono l'autodeterminazione rispetto alla vita. Anche nelle situazioni più delicate e controverse, come è quella del coma vegetativo. Non solo. Poiché le norme in questione sono quelle costituzionali e della Convenzione europea di Oviedo, non potrebbero essere modificate da una legge ordinaria.
E' questo il nocciolo sul quale si è riaperta la discussione sull'opportunità o meno di una legge sul testamento biologico (o "dichiarazioni anticipate"). Da parte di chi vuole chiudere il varco aperto dalla sentenza della Corte si tratta di valutare se il modo più efficace è approvare, in tempi brevi, una legge che di fatto impedisca l'esercizio dell'autodeterminazione. Limitando nettamente i casi nei quali si può esprimere una scelta. Cominciando, ad esempio, con l'escludere tutte le terapie che non vengono considerate tali, come la nutrizione e la ventilazione, ma "semplice" mantenimento in vita. Dilatando, viceversa, la discrezionalità del medico nella valutazione dei trattamenti, se e come iniziarli o interromperli, e dunque se e come vada di fatto attuata la volontà espressa dal/la paziente. Complicando le regole di validità dell'atto, in modo da scoraggiarne l'adozione. E magari obbligando a ripeterlo, perché la volontà deve essere "attuale". Insomma svuotando di senso la dichiarazione anticipata, introducendo ostacoli al suo effettivo esercizio. Una legge scritta su questi presupposti ha oggi una maggioranza ampia in Parlamento, comprendendo di una parte dell'opposizione. Potrebbe essere approvata anche in tempi brevi.
Ma vi è il dubbio che, definendo lo strumento giuridico, comunque risulterebbe una legittimazione del principio dell'autodeterminazione e un'estensione del suo esercizio. Una legge potrebbe insomma fornire ulteriori supporti ad altre sentenze favorevoli. Nessuna legge infatti potrebbe eliminare ogni margine di contenzioso giuridico e relativa interpretazione del giudice. A questa preoccupazione ha dato voce il Comitato di Bioetica dell'Università cattolica di Milano. Meglio nessuna legge, per non correre il rischio che si possa estendere il principio su cui poggia la sentenza di Milano: il giudice può, anzi deve, ricostruire l'effettiva volontà del paziente. Vi è insomma una parte del mondo cattolico che non si fida dei paletti che il Parlamento può mettere.
Non so quale delle due posizioni prevarrà a breve. Quello che so è che chi vuole affermare il principio e l'esercizio dell'autodeterminazione non deve scegliere come via maestra quella della legge. Perché non vi sono i numeri in Parlamento, certo. Ma non solo, o soprattutto, per questo. Personalmente non rinuncerei al risultato più importante della lunga, tenace e intelligente battaglia della famiglia Englaro. Quella di aver ottenuto un'autorizzazione a togliere il sondino, in nome e in ragione del diritto vigente. Non c'è vuoto legislativo, questo ci dicono le due sentenze. Non si può negare ai pazienti in stato di come vegetativo, quello che ogni cittadino/a ha riconosciuto dalla Costituzione. Ovvero poter decidere se vuole essere sottoposto a un trattamento o no, anche a rischio della propria vita.
Non è questione di "malati terminali" o no, come afferma il comitato dell'Università Cattolica. E' paradossale che una persona possa rifiutare un'amputazione, preferendo morire, come è accaduto, ma non possa dichiarare, in caso di coma, di non voler vegetare attaccata a un sondino. Nessuno/a può decidere per lei se quella è vita, se la sua dignità di persona è rispettata. Con buona pace dell'on. Paola Binetti e del prof. Adriano Pessina. Non è affatto democratico, come afferma quest'ultimo, ma massimamente dispotico sancire la «non disponibilità della vita per volontà propria». Al solo fine di disporne, in sua vece. Di fare del suo corpo l' emblema sacrificale di una concezione etica del tutto estranea, e dunque ostile, alla persona che incarna.
Per rendere operativo il principio dell'autodeterminazione penso che sarebbe più efficace di una legge, lanciare una campagna di opinione pubblica, invitando a sottoscrivere una dichiarazione anticipata. In modo da dare concreta espressione a quello che risulta essere un orientamento diffuso nella società italiana, a favore della scelta soggettiva. Se avviata tempestivamente questa campagna avrebbe anche un'influenza positiva su un eventuale dibattito parlamentare sulla legge. Per il quale si potrebbe promuovere una legge di iniziativa popolare, riprendendo le proposte di legge della scorsa legislatura. Ho dovuto adottare il verbo condizionale. Vi è infatti una domanda preliminare. C'è la volontà politica di dare corpo a queste scelte, o ad altre analoghe? E' questa una delle priorità sulle quali proviamo a mettere alla prova la sinistra da fare? A costruire la nostra capacità di radicamento, di creazione di senso, di invenzione di pratiche, di alleanze culturali e politiche?

Il Celeste al capezzale di Eluana

Il Celeste al capezzale di Eluana

Il Riformista del 4 settembre 2008, pag. 1

di Alessandro Da Rold

«Il personale sanitario non può sospendere l’idratazione e l’alimentazione artificiale del paziente: verrebbe meno ai suoi obblighi professionali e di servizio». Firmato Carlo Zucchina, direttore generale della Sanità di Regione Lombardia, in risposta all’istanza presentata dai legali del padre di Eluana Englaro, la ragazza in stato vegetativo permanente da 16 anni per la quale i giudici della Corte d’appello di Milano hanno autorizzato la sospensione del trattamento di idratazione e alimentazione forzata. «Niente di diverso da quanto ci aspettavamo» ha commentato a caldo Franca Alessio, curatrice della giovane. «Un atto gravemente illecito e lesivo del diritto fondamentale a ricevere dall’ente pubblico trattamenti sanitari conformi a quanto stabilito in sede giudiziaria»: ha affermato invece uno dei legali della famiglia Englaro, l’avvocato Vittorio Angiolini. Nella sostanza, una risposta negativa neppure tanto inaspettata, perché, a parte il vuoto normativo in materia, dietro alle parole di Lucchina ci sono quasi quindici anni di governo regionale sanitario firmato questa volta da Roberto Formigoni: prese di posizione che hanno trovato più di una volta il totale benestare del Vaticano. «Mi risulta - ha commentato Formigoni - che il procedimento giurisdizionale abbia ancora delle pronunce possibili e, comunque, il provvedimento della Corte di Appello di Milano non determina chi e dove deve dare esecuzione allo stesso».



Il governatore di Comunione e Liberazione, movimento cattolico ispirato alla parola di Don Luigi Giussani, già appartenente ai Memores Domini, associazione i cui membri vivono i consigli evangelici di povertà, castità perfetta e obbedienza secondo il carisma del movimento ecclesiale di Cl, porta avanti da anni la battaglia politica a difesa e promozione della vita, «in ogni sua forma e condizione».

A testimoniarlo non sono solo i direttori generali nominati nei più importanti ospedali lombardi, spesso appartenenti anch’essi a CI, ma i numerosi provvedimenti legislativi in materia, promossi in questi anni dal Pirellone. Non bisogna andare troppo in là nel tempo, per scoprire che agli inizi di agosto la regione Lombardia ha approvato due misure significative in aiuto alle famiglie che hanno in cura malati di Sclerosi laterale amiotrofica (Sla): un assegno di 500 euro destinato a chi «quotidianamente dedica tempo ed energie per aiutare queste persone alla cura, igiene, alimentazione e mobilizzazione». A questo si aggiunge «la possibilità di ricovero temporaneo di sollievo fino a 90 giorni, a titolo completamente gratuito, nelle residenze sanitarie lombarde».



Ma le questioni più scottanti, quelle contro cui da tempo si scaglia l’associazione Enzo Tortora dei Radicali di Milano, sono altre, e riguardano da vicino proprio il concepimento della vita, toccando il tasto della legge 194 che regola l’interruzione di gravidanza nel nostro paese. A gennaio, la giunta lombarda ha approvato alcune "linee innovative" di attuazione della 194, stanziando 64 milioni di euro per potenziare i consultori di sostegno alle donne che scelgono di abortire. Un aumento consistente rispetto agli scorsi anni, con il 75 per cento della spesa destinato "ad aumentare il numero delle persone che operano nei consultori pubblici", il 5 per cento "alla formazione degli operatori dei consultori sia pubblici che privati" e il restante 20 per cento per sostenere le tariffe erogate dalla regione. Ma su tutto, le "linee innovative sulla 194" riguardavano un’altra questione ben più importante, cioè "l’individuazione del termine ultimo di effettuazione delle interruzioni di gravidanza, (di cui all’articolo 6b della legge 194, cioè il cosiddetto aborto terapeutico)" che non può essere effettuato "oltre la 22esima settimana più tre giorni ad eccezione dei casi in cui non sussista la possibilità di vita autonoma del feto". In Lombardia, dunque, è stato abbassato di 11 giorni il limite di 24 settimane generalmente accettato dai medici in Italia. Infine, a giugno dello scorso anno, scatenò una polemica nazionale il nuovo regolamento varato dal Pirellone sulla sepoltura dei feti. Modifiche riguardanti le attività funebri e cimiteriali, attraverso cui, "i parenti o chi per essi sono tenuti a presentare, entro 24 ore dall’espulsione o estrazione del feto, domanda di seppellimento all’unità sanitaria locale". Impostazioni di legge che secondo la magistratura, dopo la denuncia dei Radicali, «non violano alcun precetto penale, ma spiegò all’epoca il pubblico ministero Marco Ghezzi - la possibilità di seppellire i feti è oggettivamente un ostacolo, di tipo psicologico, all’interruzione volontaria della gravidanza». Per la curatrice Alessio non c’è altro da fare «che prendere contatti con altre regioni».

Formigoni, accanimento terapeutico: per Eluana alimentazione forzata

Formigoni, accanimento terapeutico: per Eluana alimentazione forzata

Liberazione del 4 settembre 2008, pag. 1

di Laura Eduati

Eluana Englaro non deve morire negli ospedali lombardi: il personale sanitario non può sospendere l'alimentazione e l'idratazione artificiale alla ragazza di Lecco in stato vegetativo da 16 anni, poiché verrebbe meno ai suoi obblighi personali e di servizio. Insomma, medici e infermieri che aiuterebbero il corpo di Eluana a morire potrebbero incorrere in seri provvedimenti disciplinari.
Così il direttore sanitario della Regione Lombardia, Carlo Lucchina, risponde ad una lettera inviata da Beppino Englaro, padre e tutore legale della giovane, che lo scorso luglio aveva ottenuto dai giudici milanesi il via libera per staccare il sondino nasogastrico della figlia. Per Lucchina, in perfetta linea con Formigoni e Vaticano, l'idratazione e l'alimentazione non possono essere considerate accanimento terapeutico. La Regione Lombardia si appiglia alla sentenza, che non obbliga alcuna struttura ospedaliera ad accogliere la ragazza.
Per Beppino Englaro, ormai abituato ai colpi di scena nella lunga battaglia giudiziaria intrapresa alla fine degli anni '90, si tratta soltanto di una ennesima questione legale: «C'è un decreto e deve essere eseguito». C'è dell'altro: l'obiezione di coscienza di una intera Regione, certamente non sanzionabile dall'autorità giudiziaria. Si schiera con Formigoni l'associazione degli anestesisti e rianimatori (Aaroi) con una motivazione paradossale: «nessun medico» può sospendere l'idratazione e l'alimentazione artificiali in quanto Eluana non presenta «morte cerebrale». Ovvero: non possiamo far morire Eluana perché Eluana non è clinicamente morta. Di parere nettamente contrario la Cgil medici: «Le sentenze vanno apllicate nel rispetto della legge».
Dalla vicenda Englaro al dibattito sul testamento biologico il passo è breve, e non sorprende il fatto che sia il centrodestra a sollecitare una legge in merito visto il recente sdoganamento della questione ad opera del vicepresidente del Senato Maurizio Lupi (ciellino) e del monsignor Fisichella.
Il Pdl vorrebbe coinvolgere il Pd nel dibattito parlamentare, e finora le adesioni più entusiastiche sono venute dai teodem come Paola Binetti che nei primi giorni di agosto ha depositato una proposta di legge sulle volontà anticipate - un altro dei modi per indicare il testamento biologico - che però esclude alimentazione e idratazione artificiali dall'accanimento terapeutico e dunque non risolverebbe la questione posta dai malati in stato vegetativo permanente come Eluana.
Linea opposta a quella sostenuta dalla proposta di legge dei radicali: «Alimentazione e idratazione forzate vanno sospese se questa è la volontà dichiarata dal paziente prima di cadere nell'incoscienza» spiega Maria Antonietta Coscioni: «La volontà del malato deve venire prima del medico». A metà strada si trova il pensiero del chirurgo Ignazio Marino, esponente del Pd, per il quale ogni persona dovrebbe avere il diritto di elencare quali trattamenti ricevere in caso di grave malattia, e questo in accordo con l'articolo 32 della Costituzione che stabilisce il diritto a rifiutare ogni trattamento sanitario.
Il paradosso è che, nel completo vuoto legislativo, un paziente in possesso delle proprie facoltà mentali può decidere di non iniziare un trattamento terapeutico, ma non può decidere di interromperlo se questo implica morire. Nello stato di incoscienza, invece, viene interrotto soltanto l'accanimento terapeutico nella fase terminale della malattia.
Eluana non è nella fase terminale. E il suo caso non tocca per nulla il dibattito sulla morte cerebrale, lanciato nei giorni scorsi dall' Osservatore Romano attraverso un articolo di Lucetta Scaraffia secondo la quale l'encefalogramma piatto non determina la fine della vita umana se il cuore non ha ancora smesso di battere. Dopo che lo stesso Vaticano ha precisato di non approvare l'articolo di Scaraffia, prendono le distanze dall' Osservatore Romano anche Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita e parlamentare Udc, e la stessa università Cattolica di Milano attraverso il centro di bioetica dell'ateneo: «Rischia di confondere situazioni tra loro assolutamente differenti, come lo stato vegetativo e la morte cerebrale». Nello stato vegetativo le cellule cerebrali continuano a vivere garantendo, ad esempio, la respirazione e il funzionamento dell'apparato gastro-intestinale, mentre nella morte cerebrale queste funzioni si spengono.
Nel pomeriggio arriva una precisazione del cardinale José Lozano Barragan, presidente del Pontificio consiglio pastorale sulla salute, secondo il quale la Chiesa, è vero, riconosce la morte cerebrale ma attende dalla comunità scientifica «segni sempre più sicuri». Destando così la reazione della Società italiana per la sicurezza e la qualità dei trapianti, preoccupata che l'opinione pubblica venga influenzata negativamente sul nobile gesto di donare organi: «Non esistono a oggi evidenze scientifiche per modificare i criteri di diagnosi della morte encefalica». Per Nichi Vendola quella del giornale del Vaticano è «un'invadenza», mentre Paolo Ferrero vede nella decisione della Regione Lombardia un «accanimento terapeutico».

mercoledì 3 settembre 2008

Creare panico

l'Unità 3.8.08
Creare panico
di Maurizio Mori

La Consulta di Bioetica condivide che si debba ridiscutere la definizione di morte, come molti altri presupposti della tradizionale etica medica ippocratica. Ad esempio, si deve riconoscere che l'alimentazione e idratazione artificiali sono terapie mediche e possono essere sospese nei casi di SVP come Eluana Englaro. Forse si deve anche riconoscere che l'esatto confine del concetto di morte dipende da decisioni etiche più che da osservazioni fattuali - come osservato dal neurologo Carlo Defanti nel volume Soglie. Medicina e fine della vita (Bollati Boringhieri, 2007).
Riteniamo che la bioetica comporti un ampio dibattito per rivedere proprio il tradizionale paradigma ippocratico, che non funziona più e va sostituito. Pertanto auspichiamo una più approfondita riflessione su tutte le questioni, avendo di mira l'ampliamento delle libertà individuali e la tutela delle persone.
Ma riteniamo altresì che l'articolo pubblicato da l'Osservatore Romano riveli la situazione di sbando della chiesa cattolica romana: non sapendo più come gestire le nuove tecniche e trovandosi in serissime difficoltà sul caso Englaro, preferisce gettare discredito su tutte le nuove tecnologie, venendo anche a rimettere in discussione i trapianti d'organo. Piuttosto che cedere su un punto, meglio distruggere tutto: muoia Sansone con tutti i filistei! Una tecnica antica per creare panico e favorire svolte conservatrici. L'obiettivo ultimo è chiaro: bloccare il caso Englaro e fissare delle barriere alla possibile legge sul testamento biologico, che sarà tanto restrittiva da essere inutilizzabile. In breve qualcosa di peggio della legge 40/2004.
La Consulta di Bioetica ritiene che ormai la chiesa cattolica stessa si ponga contro il progresso civile: è positivo che emerga la spirito conservatore promosso dalle gerarchie ecclesiastiche, ed invita a difendere i nuovi valori di libertà che vanno affermandosi nella società.
Presidente della Consulta di Bioetica Onlus

lunedì 1 settembre 2008

Englaro: Regione diffidata subito un posto per il ricovero

Englaro: Regione diffidata subito un posto per il ricovero

La Repubblica del 1 settembre 2008, pag. 15

di Piero Colaprico

«Ero un randagio che abbaiava alla luna, sono passato ad araldo di un diritto sentito da molti», ha detto papà Beppino Englaro quando la Cassazione prima (16 ottobre 2007) e la Corte d’appello di Milano poi (9 luglio 2008) gli hanno dato ragione. Sono però trascorsi due mesi e non è successo nulla di nulla. In qualità di tutore della figlia Eluana, in stato vegetativo permanente da oltre sedici anni, Englaro aspetta. Ma a che punto è la vicenda? Lo chiediamo a Vittorio Angiolini, ordinario di diritto costituzionale all’università Statale di Milano e avvocato della famiglia Englaro. «Per noi - risponde - la decisione è esecutiva, cioè potremmo agire anche subito, e infatti abbiamo anche scritto una diffida alla Regione Lombardia».



Una diffida alla Regione? E perché?

«I fatti: abbiamo un cittadino, Englaro, che si rivolge ai giudici e finalmente ottiene la risposta, può quindi fare in modo che il percorso di morte naturale, interrotto dalla rianimazione, possa riprendere. O viceversa, che possa cessare una vita prolungata indefinitamente con accorgimenti tecnico scientifici. Ma dove può avvenire tutto questo? Englaro ha chiesto alla struttura convenzionata dove Eluana è ricoverata e all’ospedale pubblico di Lecco ed entrambi hanno risposto: "Da noi no". Si sono rifiutate».



Il caso, riconoscerà, è delicato sotto vari profili...

«Certamente sì, ma se un cittadino ha un diritto, l’istituzione deve metterlo in condizione di poterlo esercitare. Perciò abbiamo chiesto in Regione di dirci quale sarebbe una struttura idonea».



Risposte?

«Zero, perciò li abbiamo diffidati, dieci giorni fa. Tutto dev’essere chiaro, i nostri sono passi ufficiali. Se la Lombardia ci dirà no, chiederemo questa possibilità ad altre Regioni. Qualche contatto c’è, vedremo poi come regolarci sul piano legale».



Sospendere le cure, l’alimentazione e l’idratazione è una pratica applicata a decine di migliaia di malati terminali, anche in Italia, da tempo. Che cosa vi blocca? Il ricorso della Procura?

«In realtà, non c’è stata alcuna sospensiva. Però questo ricorso, anche se nessun magistrato può contestare le linee già espresse dalla Cassazione a dicembre, crea un’obiettiva nuova incertezza. Minima, ma la crea. Perciò ci resta solo una via. Presenteremo un controricorso entro settembre e attenderemo la Cassazione».



Il conflitto di attribuzione sollevato dal Parlamento?

«Mi faccia tacere. Per altro, il conflitto sarebbe tra Parlamento e Cassazione, non ha effetto sulle parti, cioè non blocca Englaro, non ha titolo. È lui che ha scelto di attendere, un atteggiamento dovuto anche alla sua precisa volontà, non vuole forzare la coscienza di nessuno, anche se mastica amarezza, gli hanno dato persino dell’ assassino. Aun padre che, con dolore, chiede il rispetto della volontà della figlia. Molti che polemizzano non hanno approfondito minimamente il tema, non esiste un diritto di morire, qua non c’è l’eutanasia, e cioè l’aiuto a morire. È 1’opposto, Eluana non ha alcuna relazione con il mondo circostante e avrebbe da tempo cessato di vivere, se altri non avessero tenuto a distanza la morte grazie ai cosiddetti progressi della medicina e alle cure eccezionali, ma inutili, che ha avuto».